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martedì, settembre 30, 2003
 

Bollettino medico

Sono a casa dal lavoro causa colica addominale. Il dottore dice che è stress: Buscopan in dosi da cavallo, camomilla e sonno. Mi sono trascinata nell'ambulatorio stamattina presto, piegata in due dai crampi.

A questo proposito avrei una domanda da ambulatorio del dottore. Perché chi entra domanda sempre "chi è l'ultimo"? Finché non ne arriva un altro, l'ultimo è quello che entra in quel momento: basta aspettare che si esaurisca la fila di quelli che erano già in sala d'aspetto prima di te.

Che strana cosa.

Proseguo con le mie camomille...



Scritto da Giulia | 01:35 |


lunedì, settembre 29, 2003
 

Una donna da sposare

(Qui ci avevo messo Cristina ai fornelli, ma mi sa che mi avrebbe spellata se avesse visto la foto... per cui l'ho tolta.)

Scritto da Giulia | 10:04 |
 

Prove tecniche di trasmissione (slight return)

Splinder va su.
Poi va giù.
Poi va su.
Poi va giù.
Sembra Cicciolina a cavallo di John Holmes, ma non si diverte nessuno, meno che mai chi guarda.

Fortunatamente capita in un giorno in cui piove, il lavoro non offre appigli neanche per riderci sopra, mi fa male la schiena come ai vecchietti, e vorrei tantissimo una coccola. Soprattutto l'ultima che ho detto.

Non prendetemi a pomodorate, proprio non mi sento bene.





Scritto da Giulia | 09:34 |


domenica, settembre 28, 2003
 

Vuoi dimagrire? Chiedimi come!

Il blackout è stato il punto e virgola del mio sabato sera. Ero già stanca, sudata fradicia e sconfortata. I sabati sera stanno cambiando. Sono difficili da affrontare senza un adeguato backup di amici e amiche consolidati.



Arrivare all’Hip Hop è stato lungo e tortuoso, e nel frattempo ho perso per strada tutte le Pazze. All’Iguana, con Marco e Alberto, sono più gli sbadigli che le parole, ma anche se il fisico chiama “letto” io voglio andare avanti. Voglio infliggermi l’inaugurazione della stagione Papastuff, vedere se è cambiato qualcosa, se la scaletta è sempre quella immarcescibile o se Marco e Lambi si sono rifatti la discografia.



Mi aggrego a Diego “DJego”, diggèi-pierre-smazzabirrini-omodamovida delle serate Papastuffiche, e alla sua ciurmetta di amici. (Ma quanti Diego conosco, io? A volte mi sembra di conoscere tutti i Diego d’Italia.)

“Ma che gente giovane c’è?” Fa lui (anni 23).

Io: “Tutta una nuova generazione di brufolosi.”

In realtà, più che dibrufolosi qui si parla di altissimi sbarbini superleccati, e gnocchette asciuttissime e mesciate, a volte molto alte come impone la media regionale, più spesso alte fino a sotto la mia ascella.

“Diego, ma tutte ‘ste alterna-squinzie?”

“Ehhhh… ti dirò che ce ne sono alcune che non mi dispiacciono.”

“A me dispiacciono tutte, cazzo!”

Non ci si può muovere. Le alterna-squinzie sono ovunque. Prima ce n’è una sul cubo, slanciatissima, jeans aderenti e scarpetta di chiffon lunghissima buttata intorno al collo, che balla come una Velina. Viene poi sostituita da una che è sputata a Piper Perabo, indossa un top a tubo di Sisley che ricordo di aver provato anche io ma non faceva lo stesso effetto e jeans a vita bassa, e balla seria come se avesse tre telecamere puntate in faccia e fosse in lizza per un piazzamento a Miss Italia.

Riassumendo, mi sento un ottimamente stagionato cesso.



La scaletta, però, è cambiata. Il Papastuff si è buttato quasi esclusivamente sullo stile hip hop e ragga, per cui ci danno di Sean Paul, Lumidee, 50 Cents e via dicendo. Molte le canzoni nuove, sorprendentemente pochi i classiconi. Fa un po’ tristezza pensare che, per le alterna-squinzie, California Love potrebbe essere uscita la settimana scorsa. Immagino che fra due mesi ne avremo già le palle piene anche di quelle che adesso sono novità, ma per una sera può andare. E neanche una volta Stop That Train. È un risultato. E quando c’è da ballare io non vedo e non sento niente, me ne fotto delle alterna-squinzie e degli sbarbini con le magliette firmate. Ballo e basta.



Entro dieci minuti e tre canzoni sono glassata di sudore, mi cadono le braghe e ho la frangia appiccicata alla fronte.


Resisto. In mezzo alla pista si sta meglio che al bar. Vengo agganciata da un alterna-sbarbino con frangia lunga e maglietta finto-gotica, piuttosto carino. Si balla un po’, lui si struscia e io lascio fare senza lasciarmi prendere la mano, poi questo cerca di baciarmi sul collo. Tempo trascorso dal primo contatto all’abbordaggio: due minuti.

“Eeeeeh, adeeeesso!!!” Io, scoppiando a ridere.

Ma dove va, questo.

Non fanno più gli uomini di una volta, che prima di cercare di farti un pigiamino di saliva ti chiedevano almeno il nome.

Ah, ‘sti sbarbini.

“Eh, io ci ho provato” fa lui.

“E ti è andata male!” Rido io.

“Però continuo a ballare con te.”

“Bravo.”

Si balla ancora un po’ e poi l’alterna-sbarbino ci riprova. Io declino.

“Ma quanto devo sudare per averti?”

“Hai voglia… balla, che ti prendi avanti col lavoro.”

A quel punto, fra me e l’alterna-sbarbino piomba una bionda altina della quale non saprei descrivere la faccia visto che mi volta marcatamente le spalle. La bionda trascina in mezzo anche un’amica, bionda anche lei ma più piccola e con i capelli corti (ma sono tutte bionde? Tutte di quella tonalità lì?). L’alterna-sbarbino forse cerca di spiegare che sta broccolando, non so cosa gli dica la bionda ma se lo trascinano via con lui che mi guarda mortificato.

Io rido e me ne torno a ballare per i cavoli miei, che poi era quello che stavo facendo, sbarbino o non sbarbino.


Sono le tre quando decido che rischio il collasso cardiocircolatorio. Il caldo è insopportabile, non si riesce ad avvicinarsi al bar, e i birrini smazzati da Diego sono troppo pochi per placare la sete di tutti. Vado verso l’uscita, e nel mentre manca la corrente, ma si accendono subito le luci di emergenza, per cui nessuno si rende subito conto del blackout.

All’uscita, vengo placcata dai ragazzi che raccolgono i dati per le mailing list dell’Hip Hop.

“Se succede qualcosa qui, io lo so” spiego “non mi servono le mail, sono già nella lista di Diego, e poi conosco tutti quelli che organizzano eventi qui dentro.”

Mi fermo a chiacchierare e spiritoseggiare con questi altri quattro sbarbini, tanto per asciugarmi un po’ dal sudore, poi mi infilo il golfino ed esco.

Allora vedo la città al buio.

Buonanotte.

















Scritto da Giulia | 08:50 |
 

La Giulia sulle scale di casa durante il blackout di stanotte

Prove tecniche di cecità

Scritto da Giulia | 05:41 |


sabato, settembre 27, 2003
 

Sborona e 'gnurante

Ho messo il bottoncino del feed XML, RSS o come cazzo si chiama. Perché a me mi dici "questa cosa serve" e io la metto, sono una capra, e se mi spieghi per bene che serve un casino io mi convinco. Anche se non ho assolutamente capito a cosa serva.

Ecco, io ho messo questa cosa e non so a cosa serva. Schiaccio, e non succede niente. La pagina ha un sussulto e poi si calma, come se ci fosse stato un terremoto nel codice che ha causato un parziale refresh.

Se qualcuno si degnasse di spiegarmelo di nuovo in modo semplice, tipo bambina ritardata, gliene sarei grata.

RecenZione

Mi sono accattata il CD dei Rapture, Echoes, e al primo giro è una figata impossibile. Sono al secondo giro e già ho le mie preferite: Heaven e I Need Your Love. Canzonone lunghe, sintetizzatori, giri di basso da paura (e si sa quanto io sia fisicamente dipendente dal giro di basso, per quanto mi riguarda è il miglior sostituto del sesso), voce stridula/implorante alla Robert Smith, chitarre minimal, sassofoni... House of Jealous Lovers è un tango frenetico. Si poteva fare a meno dei ballatoni, almeno questo penso finora; ma forse più avanti mi piaceranno, vai a sapere, la prima volta che ho sentito OK Computer non ci ho capito niente, adesso ci scapperei su un'isola deserta insieme a Microchip emozionale.

Sono di gusti semplici.

Però sono felice che qualcuno abbia pensato di resuscitare l'accoppiata disco-punk. (Sì, sì, lo so che ci sono anche The Faint, non stressatemi l'anima quando mi sto autocompiacendo.)

Scritto da Giulia | 08:25 |
 

Weekenders

Il sole splende! gli uccellini cantano! (Credo.) Le macchine rombano! (E coprono gli uccellini.) It's Saturday, Saturday, Saturday, Saturdaaaaaaaaay...!

Il sabato mattina: il momento più figo della settimana. Spappolata dal venerdì sera e contemporaneamente rigenerata dalla prima notte di sonno scevra dall'angoscia del pellegrinaggio quotidiano all'ufficio-nursery (ufficio-gulag?). Una quantità incredibile di ore da utilizzare a mio piacimento. Cosa faccio con la prossima ora? Vado a pranzo da Cristina. E il pomeriggio? Oh, si vedrà. Potrei riordinare la casa oppure scrivere, o tutt'e due le cose. Stasera, infilate le calze nuove come le ragazze dell'Ottocento, porterò le mie gambe a ballare.

Due giornate intere, quarantotto ore in cui dormire, mangiare, pensare, leggere, scrivere, ma sopratutto cazzeggiare. Il plusvalore essenziale della vita moderna è il tempo libero, inteso proprio come tempo senza programmi, agendina vuota, lavagna bianca, libera uscita. Pura esistenza senza ulteriori finalità. Respiro largo. Starsene naso all'aria sotto il cielo azzurro, finché dura. Tempi caraibici calibrati sul bioritmo. Essere, non avere e non fare. Non dovere.

Sarà il caso che mi sbrighi, se voglio arrivare puntuale a pranzo da Cristina.

 

P.S. Vi siete già scaricati lo sfondo desktop della Maury? Io sì. È bellissimo!!!

Scritto da Giulia | 01:48 |


giovedì, settembre 25, 2003
 

Le giornate di nulla proseguono

Oggi vi potrei dire che trovo molto carina la pubblicità della Buitoni con lui che si vuole sposare e lei che gli dice "ma perché? Non stiamo bene così?". Avevo pensato a farci tutto un ambaradan sopra, ieri sera, ma il blocco dello scrittore ha invaso anche la blogosfera e non c'è trippa per gatti.

In attesa che il mio cervello venga stimolato da qualcosa - qualunque cosa - andate a leggervi la disamina di Dawson's Creek ad opera di bostik. Ieri ho riso così tanto che avevo le lacrime agli occhi. Alla faccia di chi dice che nei blog c'è solo fuffa.

(In questo, ultimamente, sì; ma passerà, passerà.)

Domani riapre l'unico locale di Trieste che non sia frequentato da fighetti e/o non proponga un sabato sera a base di Chihuahua e derivati. Mi è arrivata ieri la mail di DJego: nemmeno lui riesce a nascondere la sensazione di same old, same old, e chiama l'Hip Hop "immarcescibile". Immarcescibile sarà sicuramente anche la scaletta, che potrei citare a memoria. Due pezzi di Bob Marley, e a metà serata Stop that Train. I Subsonica (Disco labirinto, Tutti i miei sbagli, Nuova ossessione). Kosheen. Bomfunk MCs. 99 Posse. Se va bene, Asian Dub Foundation. Una quantità improponibile di pezzi ska, fra i quali, immancabile, la cover di Wonderful Life ad opera dei Bluebeaters.

Eppure andremo, e balleremo, nella speranza che quest'anno ci mettano un po' di quelle adorabili cosette nuove di Beyoncé, Sean Paul e Lumidee. Andremo e balleremo cercando di non rimanere sole in mezzo alla pista, per evitare che ogni allupato che passa di là cerchi di metterci le mani addosso (una sera mi sono presa il disturbo di contarli: dieci, ne ho collezionati. Ancora un po' e vincevo l'orsacchiotto).

Vedremo le facce dell'Hip Hop, e ci vedremo fra noi, facce dell'Hip Hop.

Andremo a dormire all'alba sudati e fetenti.

E la vita continua.

Scritto da Giulia | 22:14 |
 

Sempre più figòn

Sono tornaaaatiiii...

E adesso fanno anche le recensioni (dal Verbo secondo Pieri Cjavòn: Terminator 3 è figòn).

Io in compenso oggi faccio il galoppino: ho appena recapitato al capo tre panini di cotto, due di crudo, due litri d'acqua naturale e una coca. E io che credevo che le mie mansioni di hostess si limitassero al caffè corretto col Guttalax per il Direttore Satanico!

Scritto da Giulia | 03:29 |


mercoledì, settembre 24, 2003
 

Office space

Sì, anche io lavoro in un ufficio, come milioni di altre persone. L'ufficio in cui lavoro è a metà fra l'open space, l'aula scolastica e l'aula studio di una biblioteca. Ci stiamo dentro in cinque. L'ufficio doveva essere un soggiorno, in origine. Adesso è arredato tutto nei toni del giallo canarino, con delle strepitose veneziane giallo pulcino, che nei giorni di sole danno alla stanza l'aspetto tenero di una nursery.

Entrando dalla porta, la prima cosa che si vede a destra è la testa ricciuta di Monica, detta Momi, che ascolta quasi sempre musica in cuffia e a volte canta senza rendersene conto. Monica parla un po' come Lisa Simpson, con tutte le vocali aperte; è positiva e disponibile e un po' figlia dei fiori. È anche responsabile della mia avventura ignuda, dato che lei si è fatta fotografare prima di me.

Schiena contro schiena con Monica, faccia al muro, ci sono io. Quando non lavoro, cazzeggio, e si sa dove. Meno vi dico e meglio è.

Accanto a me c'è Lisa, alta, bionda e con la voce profonda, poetessa per vocazione capitata per caso a scrivere storyboard. Sono mesi che cerca invano di smettere di fumare. Non c'è riuscita, ma in compenso ha fatto iniziare Monica.

Vicino a Lisa e alla finestra c'è Valentina, la più carina di tutte noi, occhi verdi e chioma di riccioli scuri, voce suadente, che si divide con Monica la palma di progettista più preparata ed esperta. Si ricorda sempre di bagnare la pianta che c'è vicino alla sua scrivania. (Se fosse in mano mia, la povera pianta sarebbe crepata da un pezzo.)

Martina sta con le spalle al muro che ci separa dalla prima stanza del "reparto produzione". Martina è una proto-blogstar, che ha collaborato anche a un libro con LaPizia; da noi le è stato affibbiato il titolo pomposo di project leader, il che significa che si becca un sacco di cazziate, lamentele e noie da parte di clienti che non descriverò per il bene dell'azienda.

Oltre la porta accanto a Martina, l'Antro della Bestia, vale a dire la produzione. In certi giorni ascoltano musica destrutturata russa, o robe così. Se spengono le casse del PC, in compenso, riusciamo a sentire quelle dell'altra stanza produzione: due giorni fa, ascoltavano gli Europe.

Da noi vige il silenzio, se no io mi metto a ringhiare, quindi tutte con le nostre brave cuffiette e via. Ogni tanto, Monica toglie lo spinotto e ci fa ascoltare gli Skiantos. Io mi raccolgo nel rockenroll di Phantom FM o in una manciata di mp3. Copia. Incolla. Copia. Incolla. Pronto. Sì, te la passo, Momi... Momi... MOMI!!! Telefono per te. Pronto. Sì, arrivo subito. Ah, telefonata per me, grazie. Ciao Francesca, come stai? Le approvazioni me le mandi? Ciao Cris, è già ora di pranzo, dove andiamo oggi? Diobono non ne posso più. Sì, sì, l'ho visto anche se aveva la cravatta ma cazzo, potrebbe essere mio padre. Oddio, si torna su. Sono le quattro e le approvazioni non sono ancora arrivate, cazzo faccio con il resto del pomeriggio? No, vi prego, non fatemi riscrivere le simulazioni per la terza volta, mi viene da vomitare. Sono le cinque e ho fame. Sono le sei e me ne vado!

Scritto da Giulia | 08:57 |
 

Il blogghe del giorno

Quanto vi straccio i maroni, lo so, con le mie raccomandazioni. È che mi piace segnalarvi le cose che trovo carine. Come questa, per esempio, segnalata a sua volta dal Simo.

Scritto da Giulia | 04:02 |


martedì, settembre 23, 2003
 

Autunno a Trieste

Vabbè, oggi è cominciato ufficialmente. Piove e tira vento. Non poteva durare ancora molto, questa estate protratta: fino a ieri, le mie colleghe andavano al mare in pausa pranzo. Da oggi credo che tutto questo sia finito.

Tra il tempo e altri fattori oggi sto, se possibile, anche peggio di ieri. Davanti a me si stede una giornata di riassunti (se va bene) di saggi sull'e-learning. Se va male, una giornata di nulla. Se va malissimo, non ci voglio pensare. Non voglio pensare al malissimo. Già stamattina mi sono svegliata per miracolo: durante la notte è saltata l'elettricità, quindi anche lo stereo si è azzerato, e la sveglia non si è accesa. Non avevo l'orologio, lasciato inavvertitamente in bagno. Ne consegue che non sono riuscita a lavarmi i capelli.

Valentina mi dice che qui a Trieste apriranno il museo dell'Antartide. Mi chiedo se sposteranno lì i pinguini dell'Aquario Marino, e se sì, come chiameremo il Molo Pinguino? Molo Pescheria non è altrettanto allegro.

Ecco, da cazzuta sono passata a depressa.

Scritto da Giulia | 22:10 |
 

Come si formano le leggende metropolitane

Annapaola: "Oh, mi hanno detto che ti hanno vista in giro per Pordenone a braccetto con Alex Britti."

Se fossi andata a bere un caffè con Carlo Lucarelli, a quest'ora forse si sarebbe sparsa la voce che sono stata sorpresa a scegliere un abito da sposa accompagnata da Selvaggia.

Scritto da Giulia | 11:14 |
 

L'ingrata

Quasi quasi mi secca farvelo notare, ma si scatena un polverone di commenti più quando non vi dico un cacchio che quando mi effondo in dettagliate cronache di eventi mondani...

Non che mi lamenti, lo trovo singolare, ecco tutto.

Scritto da Giulia | 06:36 |


lunedì, settembre 22, 2003
 

Oggi sono una blogger media

Innanzitutto perché ho un sonno catastrofico. Mi sono riaddormentata sul radiogiornale di Radio Deejay, forse per dimenticare l'oroscopo di Patfata che preannunciava disastri, e mi sono svegliata quaranta minuti dopo in preda al panico, con Platinette che parlava di stadi, forse, non lo so.

Poi perché non ho niente da commentare. L'anticipazione dell'ultima leva obbligatoria? Non ho fatto il militare, fossi stata maschio avrei fatto il civile, non ho mai condiviso l'opinione diffusa che il "militare rende uomini": se fosse vero, i miei coetanei non sarebbero così preponderantemente mammoni. (I meno mammoni che conosco, stranamente, hanno fatto il servizio civile.)
Ummm. Forse questo sarebbe stato un buon argomento di conversazione.
Ma ho sonno.
Il maschilismo insito nei commenti sarcastici sulle cosce di Barbara Chiappini?
Scontato, da me ce lo si aspetterebbe, non direi niente di nuovo.
La violenza negli stadi?
Per me il Campionato di calcio potrebbe chiudere i battenti domani e non me ne accorgerei minimamente, e poi dei tizi dello stadio di Avellino ho la più bassa opinione possibile. Meglio non chiedere a me.

L'unica cosa che mi preoccupa veramente, al momento, è il blocco dello scrittore. Ma cosa ve lo racconto a fare?

Oggi sono spettatrice.









Scritto da Giulia | 22:08 |
 

Udìo

Gionspenser mi aveva messo la pulcetta nell'orecchio, ma da brava santommaso mi sono fatta un giro di verifiche. Sembrerebbe vero.
I Pixies si riformano. Forse. Può essere. Si dice. Si mormora.
Frank Black dice che è da tempo che si trovano per suonare insieme, e potrebbero andare in tour il prossimo aprile. Capitemi. Tour. Mondiale. I. Pixies. Potrebbero. Venire. A. Suonare. In. Italia.

Te lo do io il Secondo Avvento!



Scritto da Giulia | 10:41 |
 

Unreal TV: la cialtrona fa della televisione (parte seconda)

Quando ti vedono con un microfono in mano, le persone diventano subito molto gentili. Mi chiedono il permesso di salutare Barbara Alberti prima di me, io li faccio passare perché comincio ad assorbire le ondate di panico che vengono dalla coppia Alberti-Santacroce. Il pazzo è ancora in sala. "Barbara, non mi puoi chiamare vigliacco in pubblico! Io ti faccio un esposto!"
Non riusciamo a far parlare la Alberti dell'episodio, in compenso in quel momento la Santacroce (forse seccata perché il pazzo non era suo, ma di seconda mano*), si mette a strillare: "Io in quethto pothto di merda non ci vengo più! Andate a farvi fottere!"
E con la Alberti al seguito, marcia fuori dall'edificio via scalinata secondaria. Diego e io le inseguiamo con la telecamera giù per Corso Vittorio Emanuele, dove Covacich cerca di calmarla, lei urla. "Andate via tutti!"
La guardo, penso a cosa farei al suo posto, e mi balena l'idea che anche questa sia tutta una posa, un modo per riportare su di sé l'attenzione usurpata dal vecchio fricchettone in maglia gialla e dal dramma della Alberti, che da anni se lo vede davanti senza poterci fare niente. Mi monta una certa irritazione.
Sarà anche una bella persona, sotto, non dico di no. Ma troppo "sotto" per i miei gusti.
"Diego" dico, ridacchiando "sono pronta per l'intervento in macchina."
Diego tiene le due donzelle e il moderatore sullo sfondo. La Santacroce strilla. E io faccio il mio pezzo, sentendomi molto Christiane Amanpour.
Tipico che il giorno in cui posso fare della TV verità, io abbia i capelli ai quattro formaggi.

All'enoteca dietro San Marco ritroviamo Brizzi con un manipolo di amici. Mi fermo a raccontargli l'episodio, poi gli svelo la fonte della Domanda Intelligente. "Aaaaa!" Fa lui. "E adesso dov'è?"
"A Venezia, alla Biennale della musica."
Si parla un po' di Damir (vecchio, fischiate le orecchie?), gli mandiamo un messaggio, poi si riprende a parlare della Santacroce (io sto ancora ridendo per quello "thbattimi thbattimi": fine dei miei tre secondi da fan santacrociana). Si parla del mio libro, e dei paragoni che mi sono beccata con lui. Non casualmente ne ho dietro due copie, non si sa mai: a un festival letterario girerà ben qualche editore.
"Ma si trova?"
"No. Tieni questo."
"Grazie! Non ci scrivi niente?"
Agguanto una penna.
Ho appena scritto una dedica a Enrico Brizzi.
Adesso nevica.

Invece no, non solo non nevica, ma fa anche un caldo insolito, o forse è che siamo andati a mangiarci una pizza e ci siamo seduti nel tavolo davanti al forno. La pezzatura della mia ascella sta diventando imbarazzante. Abbandono Diego e i suoi amici pordenonesi e mi accodo alla compagnia dell’ospite d’onore, che sembrano avere programmi un po’ più coinvolgenti di “andiamo a Inchiostro e ci roviniamo di calicetti”. Per oggi ho fatto la reporter a sufficienza. Dopo un caffè, si decide di andare a vedere cosa c’è al Deposito Giordani, anche se io insistevo per il Velvet.

Esterno, notte, il Deposito Giordani.
“Ve l’avevo detto che era chiuso.”
”E vabbè.”
”Boia che freddo.”
”No, è solo umido…”
”Qualcuno fuma?”
”No, io no, grazie…”
”Ma la sentite anche voi la musica?”
”No, io no.”
”Io sì.”
”Dove?”
”Ma qui… mettiti qui…”

(Fade)

Domenica 21 settembre

Mi sveglio con un mal di testa ingiustificato e un umore vergognoso dovuto al freddo patito durante la notte. Diego sta visitando il mio paesello d’adozione con la guida di Alberto, che ha quasi la mia età e che io, per ragioni misteriose, non conosco. Visita alla chiesetta di Versutta, visita alla tomba di Pasolini, visita al frigo di Alberto, e intanto io cerco di convincere uno dei due a venire con me all’incontro con Tommaso Labranca, Giulio Mozzi e Daniele Brolli.

Alla fine riesco a persuadere Alberto a munirsi di telecamera e a seguirmi. Per Labranca avevo delle domande intelligenti fino a due ore prima, ma adesso, per quanto mi pettini i neuroni, non me le ricordo.
Pazienza, mi verranno sul momento.

Labranca, come Gore Vidal, Alain Elkann e diversi altri, non è venuto.
Alberto e io rimaniamo un po’ rincretiniti con telecamera e microfono in mano, facciamo un tentativo misero di riprendere qualcosa, ma ci manca la visione di Diego. Alla fine, lui parte a fare networking per una trasmissione che sta cercando di far partire, e io mi siedo ad ascoltare un po’ Mozzi, Avoledo e Covacich (ma… Brolli?) che discutono di non si sa bene cosa. Mi sento un po’ in colpa: voglio fare la scrittrice e non presto mai attenzione a quello che dicono quelli che ne sanno più di me.
Odo quindi Covacich pronunciare le immortali parole:
“Alla smaterializzazione dell’io del narratore non corrisponde la smaterializzazione dell’io dello scrittore.”
No, penso io, ma a occhio e croce corrisponde la smaterializzazione dei maroni dei presenti.
Capto anche, mentre prendo appunti, la seguente perla:
”Ma io mi augurerei una nuova Biblioteca di Alessandria, che andassero a fuoco tutti i libri…”
Sì, e tu come mangi, poi?

Se divento così, per favore, abbattetemi. E poi dicono che la gente non compra più libri.

Addio.

* Per dovere di cronaca e di giustizia, devo precisare che Damir, che la conosce bene, non sostiene la mia tesi. Ciò non toglie che io non riesca assolutamente a prenderla sul serio...











































Scritto da Giulia | 03:00 |


domenica, settembre 21, 2003
 

Unreal TV: la cialtrona fa della televisione

Mail di Diego dell’11 settembre:
”C
i stai ancora a venire con me a Pordenone il 20 e il 21 per intervistare tutti quei bravi scrittori e scrittrici?
Io mi sto organizzando in questi giorni, sarebbe uno speciale Interzone, in chiave folle come piace a me e secondo me saresti perfetta, ci dividiamo interviste e toni, fammi sapere ASAP!!”

Sabato 20 settembre

Diego, con telecamera in mano: "Sai cosa devi fare?"
Io: "No."
"Fra dieci minuti devi intervistare Enrico Brizzi."
"E cosa gli chiedo, maledizione?"
"Inventati qualcosa."
"Mi si è pezzata l'ascella."
"Ecco, digli quello. Questo cos'è, il suo terzo romanzo?"
"Veramente è il sesto libro che pubblica, Diego."
"Uh?"
Andiamo bene.
Enrico Brizzi è la mia bestia nera da sempre. Ha due anni meno di me. Ha pubblicato il suo primo romanzo quando io stavo ancora imparando a usare la tastiera del PC e scrivevo ancora terrificanti romanzetti in inglese. Adesso, a ventinove anni, è al sesto libro e fa lo scrittore a tempo pieno. Io ho trentun anni e faccio la progettista di corsi per assicuratori.
Io invidio quest'uomo. E poi non ne posso più di sentirmi paragonare a lui per via di Deadsexy.
Diego vorrebbe che gli dicessi tutte queste cose, ma io come giornalista-verità sono una schifezza, è per quello che non faccio la giornalista. Ho l'ascella pezzata e mi trema il ginocchietto. Devo trovarmi faccia a faccia con la misura del mio fallimento, non ho una sola domanda anche solo semi-intelligente da fargli e ho i capelli sporchi.
Per fortuna che abbiamo un amico in comune.
"Vecchio, dove sei?"
"In albergo, fra un po' esco. Che succede?"
"Dammi una domanda intelligente, che devo intervistare Brizzi fra dieci minuti."
"Ah. Oh, beh, non è un problema, dai. Chiedigli della sua tesi di laurea sugli ultras."
"Vecchio, sei un genio. Ti ricompenserò... non so come."
"Chiamami dopo e dimmi com'è andata. Sarà la ricompensa."

L'incontro con l'autore Enrico Brizzi dura un'ora e mezza, tra la moderazione (lievemente soporifera) di Mauro Covacich, un intervallo causa scampanamento della vicina chiesa di S. Marco, un altro intervallo causa passaggio di un corteo nuziale, il passaggio suggestivo di un vecchio fricchettone in maglietta gialla, e la lettura di svariate pagine di Razorama.
L'intervista, invece, dura tre nanosecondi. (Chi vive in regione se la potrà vedere martedì alle 20.00, nel programma di Diego, Interzone.)

All'incontro con Isabella Santacroce (in camicetta di seta nera, pantaloni di vinile nero, calze a righe bianche e nere e anfibi) e Barbara Alberti (casacca di lino nero, pantaloni rosso mattone, l'immancabile crocchia da istitutrice bavarese in testa) c'è la folla.
Alberti e Santacroce formano una strana coppia. Molto amiche, mi dicono dalla regia: e assurdamente bene assortite. La Santacroce, con la sua languida oscura eccentricità, sembra una derivazione liquida della Alberti, impettita e grave, un po’ nonna un po’ dominatrice sadomaso. Si compensano e completano a vicenda, per proprietà transitiva, per osmosi.
"Voglio un bicchiere di vino" fa Diego.
"Io ho fame."
"Non mangiare adesso, che c'hai l'adrenalina. E' per quello che tutti i giornalisti sono alcolizzati o grassi. Io faccio parte della prima categoria."
"No, ho proprio fame, è ora di cena."

Si discute un po' su cosa chiedere alla Santacroce, che io ho sempre trovato un po' fasulla. Diego mi spara un pistolotto sulla necessità di dirle in faccia che io trovo che sia fasulla. Io nicchio. Faccio fatica a vedere che risultati potrebbe avere un attacco frontale del genere, a parte farla incazzare a bestia. Diego dice che non ho il coraggio di fare questa cosa. Io gli spiego per l'ennesima volta la differenza fra un giornalista e uno scrittore: chi scrive della realtà fatica ad inventarsene una fittizia, e chi invece per vocazione postula l'esistenza di altri mondi non trova molto interessante la realtà, se non come nutrimento di una storia.

Torniamo sul luogo dell'incontro. Isabella Santacroce sta leggendo - no, drammatizzando - un passo di un suo libro. La sua voce recitante è acuta e stridula, e il contenuto erotico del passo letto è rovinato da un palese difetto di pronuncia. Signore e signori, la dark lady della scrittura italiana parla con la lisca come Jovanotti.
"Thbattimi, thbattimi" recita lei.
E io in fondo alla sala ho la bocca spalancata per lo stupore.
Era meglio senza audio.
Sto quasi per commuovermi. Il mio cervellino di romanziera sta snocciolando tutta la storia dell'infanzia di questa ragazza fragile, timida e sfottuta, che crescendo si è rivestita dell'armatura di un personaggio per poter sopravvivere, e a dispetto di tutto è riuscita a scavarsi una nicchia, a vivere di parole, a conquistarsi un pubblico. Sono quasi ammirata. Sono quasi convinta. Sono quasi una fan.

L'innalzarsi del livello di decibel nella sala mi sbalza fuori dalla reverie. Barbara Alberti sta discutendo con qualcuno. A tutta prima sembra una donna in fondo alla sala, ma presto la situazione si fa tesa e Diego scatta dentro con la telecamera.

Io rimango in fondo alla stanza con l'espressione affamata del pubblico dei circenses. La Alberti si alza in piedi e grida all'indirizzo del vecchio fricchettone che avevo notato prima, all'incontro con Brizzi.
"Quest'uomo mi perseguita da anni, è fisicamente minaccioso, mi è entrato in casa! Non ha avuto rispetto per me o per la mia famiglia, io speravo fosse morto! Io non continuo finché non lo portate fuori!"
Un fan ossessivo? Il vecchio fricchettone?
Non hai idea del casino che sta venendo fuori, digito convulsamente sul cellulare.
Non capisco cosa succeda, forse la Santacroce ha fatto un gesto di sfida al pazzo, che le si avventa contro. Lei grida che se ne va, Covacich la calma e la fa sedere, lei non si muove, la Alberti è rigida di rabbia, l'incontro viene sospeso. Tiro fuori il microfono, come un reporter della CNN, e seguo Diego.

(continua…)






































Scritto da Giulia | 11:15 |


venerdì, settembre 19, 2003
 

Non ci avevo voglia di uscire

Adriano Pappalardo ha generato un incrocio fra il cantante dei Nickelback e Raoul Bova e l'ha chiamato Laerte.
La contessa De Blanck è così orrenda che Crudelia De Mon, in confronto, sembra Hello Kitty.
Maria Venturi non c'entra niente.
Pinketts posa moltissimo ma è divertente.
Pierluigi Diaco si conferma suprema faccia da culo.
Spero che Platinette gli si sieda inavvertitamente sopra.
Selvaggia è bellissima ma mi sono persa l'unica cosa che ha detto finora perché in quel momento mi ha telefonato Damir. "Mi spieghi cosa stai guardando?"
"L'Isola dei Famosi."
"No."
"Non lo sto guardando-guardando. Lo tengo in sottofondo nell'altra stanza mentre cerco di fare della letteratura."
"Ecco, brava, finisci 'sto romanzo, così poi ti posso intervistare per la rubrica letteraria del Mucchio."

Vado.











Scritto da Giulia | 11:07 |
 

Ho scherzato

Ancora una cosa. Leggetevi questo blog. No, veramente, lo so che lo dico sempre, ma mentre lo leggevo mi sono quasi strozzata con i crackers per le risate.

E ne ho aggiunti un po' al novero dei visitati/visitabili, sicuramente ne ho trascurato qualcuno, non vogliatemene, non riesco a leggere tutti...

Scritto da Giulia | 09:57 |
 

Starstruck

La grande democrazia della rete. Un giorno trovo fra i miei commenti quello di Aleph, molto solidale, molto caloroso, sono contentissima ma la cosa scivola un po', erano i giorni del contatore impazzito causa citazione nel blog di Selvaggia Lucarelli, visitare tutti e leggere per bene almeno la prima pagina del blog, come faccio d'abitudine, era un casino.

Quando la situazione si calma, faccio un giro su quel blog che ho rivisto citato in The Petunias (altro link che dovrò aggiungere ai miei, insieme ad altri: perché, perché sono così pigra?). Rivelazione! Grande giornalismo musicale, grande giornalismo in generale. E un pezzo strepitoso sulla morte della critica musicale italiana, che condivido in toto (c'è un motivo per cui io leggo solo giornali musicali inglesi. Quello, appunto). Copio e incollo l'articolo in una mail e lo mando a Damir, acciocché si conforti e possa sentirsi un figo, citandogli la fonte.

Però continuo a non sapere chi sia Daniela Amenta, colei che si cela dietro Aleph.
Ho lasciato un commento sotto il post sul giornalismo musicale italiano. Mi risponde sempre con grande calore, emerge che ha letto il libro o quantomeno sa che esiste il suddetto. Decido di mandare una mail. Nel frattempo, chiedo al Signor Google di dirmi chi sia Daniela Amenta.

I risultati, salvo omonimie che mi sentirei di escludere, sono questi.

Sono piuttosto starstruck, come si direbbe in inglese. In italiano non c'è un termine equivalente, chissà perché.

E con questa più o meno chiudo, per oggi: e spero che Pordenonelegge mi fornisca materiale per intrattenervi nei prossimi giorni.

Bacini e rock'n'roll.


Scritto da Giulia | 09:14 |


giovedì, settembre 18, 2003
 

Clima lavorativo

"'A 'dda passà 'a iurnata" - Martina

Scritto da Giulia | 23:56 |
 

Un-due-tre, passo, giro

Vado a pranzo con Cristina quasi tutti i giorni. Di solito si va in un baretto di via S. Nicolò, che siccome ha l'ingresso anche su via Roma si chiama Via Roma Quattro. I panini sono un po' ripetitivi, ma te li scaldano alla lesta e il personale è simpatico.
Quando ho lo scazzo (spesso), non sono una compagnia piacevole per chi lo scazzo non ce l'ha. Mi esprimo a grugniti, non sorrido, sono truce e ruvida e ringhio ogni volta che Cristina fa "Oooooh!" vedendo passare un tipo che le piace (in media due-tre volte per pausa pranzo).

Lei è la Buona Volontà personificata. Oggi mi ha chiesto per quella che credo sia la quarta volta di iscrivermi al corso di balli latino-americani che frequenta lei. "Abbiamo anche dei ballerini che potrebbero andarti bene!"
Ogni volta io faccio "Bah, quasi quasi."
Poi pulisco la lavagna della mente e disegno il quadretto:
io e il mio scazzo (chiaramente visibile sulla mia spalla sinistra) sulla pista di una palestra.
Io in scarpe da ginnastica, che non scivolano.
Il ballerino è un agente assicuratore che non sa chi siano non solo i Pixies, ma neanche Celia Cruz (però il CD di Buena Vista Social Club a casa ce l'ha).
Lui ci prova.
Io rido e paro l'avance.
Lui fa una battuta imbecille.
Io ringhio.
L'unico uomo spiritoso, colto e attraente è guardato a vista dalla morosa, un essere maligno e ossigenato.
In dieci minuti sono l'essere più temuto del corso e nessuno balla più con me.
Io me ne fotto perché sono tutti sfigati che sono lì per cuccare. (Però mi odio perché sono stronza e poi devo andare a casa e dormire con me stessa.)
Io non sono lì per cuccare.
Oh no. Nonononono.
Perché io li veda, gli uomini devono proprio pararmisi davanti. Altrimenti per me sono come le finestre, ci vedo attraverso. Specialmente quelli con la cravatta. Cristina dice che ho un buco nella retina in corrispondenza degli uomini con la cravatta. Io dico che gli impiegati delle Generali che ci sfilano davanti ogni giorno hanno la faccia da lessi, tranne uno che vedo sempre passeggiare sul Molo Audace e che è bellissimo.
(Sicuramente sposatissimo, e poi chi lo conosce. E chi ha voglia di mettersi a brigare per sapere chi è, come un'adolescente, quando una volta che mi sono girata neanche mi ricordo che faccia abbia. Un po' come Brad Pitt. E chi me lo fa fare. E chi ci ha mai veramente pensato. E chi se ne frega.)
(Non mi faccio acchiappare dai promotori finanziari con le mani pericolosamente vicino al mio sedere, figurati se spendo energie dietro a uno che ho visto tre volte.)

"Allora, ci vieni?"
"No, Cris, meglio di no. Andrò a fare step."























Scritto da Giulia | 11:06 |


mercoledì, settembre 17, 2003
 

Anniversari
(Si ringrazia Platinette per lo spunto)

Sabato ricorre un'anniversario particolare: il 20 settembre del 1958 le case di tolleranza venivano dichiarate illegali grazie al decreto promosso dalla senatrice Lina Merlin. Finiva così l'era della prostituzione di Stato, anche se, ovviamente, il "mestiere" è tutt'altro che defunto. Negli anni '20 e nel periodo fascista, la prostituzione nelle case chiuse era una faccenda meccanica e triste: niente divertimenti, balli o canti nei bordelli, la "semplice" durava venti minuti, il cliente andava in camera con la ragazza, sfogava quel che c'era da sfogare, e via. Fra questo tipo di rapporti e la masturbazione c'era solo la differenza di un corpo femminile.

Un paio di anni fa, mi sono imbattuta negli articoli di Tracy Quan per Salon. Tracy Quan è quello che in America, patria del politically correct, viene definito sex worker, operatore nell'industria del sesso. La definizione di sex worker copre una gamma di professioni e mestieri che vanno dalla spogliarellista alla prostituta d'alto bordo, e Tracy Quan appartiene a quest'ultima categoria. Dai suoi articoli (scritti con gusto, garbo e sincerità) emerge un'autentica vocazione. Tracy Quan è una professionista, fa il suo lavoro con coscienza, e paga regolarmente le tasse (anche se non sono sicura che l'Inland Revenue Service accetti "sex worker" come definizione professionale). È dedita alla soddisfazione del cliente, non lo truffa, non ne invade la privacy e non cerca di accaparrarselo a scapito di eventuali partner ufficiali.

Avercene.

In Italia, come del resto anche in America e in tutto il mondo, la prostituta-tipo non è Tracy Quan, ma piuttosto la ragazza nigeriana o albanese schiava del suo protettore. Costa poco, è disponibile ad ogni angolo di provinciale, non esige rispetto o profilassi. La prostituta professionista, nella sua serietà, risulta troppo impegnativa, oltre che costosa; tanto vale impegnarsi un po' e trovarsene una che non lo faccia di mestiere. E anche quelle nella "terra di mezzo", libere esercenti ma non merce di lusso, per quanto accomodanti sono comunque più costose rispetto ai venti-cinquanta euro della ragazza africana, le cui condizioni sono note, ma passano automaticamente di testa al cliente che ne compra i servizi.

Poi c'è un tipo di prostituzione più infido, ancora più squallido, che disgusta le oneste professioniste come Tracy Quan. È la prostituzione da sfoggio. Belle ragazze che si accompagnano a danarosi vesciconi simulando (malissimo) amore e devozione. Il vescicone ne ricava prestigio ("Uè, guarda che bella gnocca che si è fatto il Giangi!"), e la Gnocca in questione, mentre il Giangi è occupato a tirarsela per il possesso di un simil tocco di patonza, gli sfila le carte di credito.

Ma non chiamatela puttana, lei lo ama per come è ricco dentro.

(Forse continua)


Scritto da Giulia | 22:30 |
 
Avete letto le Scritture, oggi?
Scritto da Giulia | 04:25 |
 

Sono in buona compagnia

Pare che alla festa di lancio dopo la prima di The Human Stain, Nicole Kidman si sia tolta le scarpe per mostrare a un reporter che "non è poi così alta".

Fa piacere sapere che non sono l'unica a cui la gente rivolge battute idiote sulla statura.

Comunque qui vertigini, nausea e spossatezza proseguono... visto che è una gravidanza miracolosa, non la si poteva fare anche indolore?

Scritto da Giulia | 01:50 |


martedì, settembre 16, 2003
 

Altra gente che sta sulle Sacre Ovaie alla Beata Madre
e anche la Pupa è d'accordo

Ben Affleck e Jennifer Lopez.
Ci avete cacato il cazzo.
Sì, proprio voi due. Tu, col culo grosso e il manipolatore di capezzoli sul set. E tu, con un'espressione e mezza, che sei incapace di scriverti un ruolo decente da quando sei stato mollato dal vero amore della tua vita, Matt Damon. Voi due, sì. Ce lo avete fatto a fegatini.
Vi sposate.
Non vi sposate.
Non ce ne frega una mazza.
Abbiamo altri problemi. E non ne possiamo più di voi due che convocate una conferenza stampa ogni volta che avete un'unghia incarnita. Non ce ne frega un Beato Membro se il giorno del vostro matrimonio farlocco eravate ai due angoli del mondo. Siete fasulli. Tutti e due. Fasulli e insopportabili. Un bambascione e un'insopportabile egocentrica che si sposa in serie, tanto per rimanere sulle copertine dei giornali e avere una scusa per comparsi un vestito da sposa nuovo. Quello che avevi quando hai sposato Cris Judd, tesoro, era orrendo. Neanche la mia Barbie era così pacchiana.

Seccanti, supponenti, con i vostri soldi e il vostro status di superstar che fanno del gossip una carriera ma sono incapaci di interpretare un ruolo come Dio comanda. Bei tempi quelli di Dogma, eh, Ben? Bartleby sì che era un bel personaggio. A differenza di Gigli, l'ultima ciofeca che sei riuscito a mettere fuori, tanto per cercare di spremere ancora qualche spicciolo dal catorcio mediatico montato intorno all'inconsistenza del tuo rapporto con Miss Golden Derriére.

Levatevi di torno, uno e l'altra. Ci oscurate la visuale!
Anatema su di voi!











Scritto da Giulia | 11:27 |
 

Su queste pietre fonderò la mia Chiesa

La pupa non è ancora nata, ma mi prendo avanti col lavoro. Mi sono già procurata un prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede e un portavoce ufficiale (Reverendo, batta un colpo!)

La Santa Madre non la sento da un po', ma la informerò della sua investitura a breve.

Mi servono degli evangelisti, ora!

Scritto da Giulia | 04:35 |


lunedì, settembre 15, 2003
 

Assunta in cielo (con contratto di collaborazione)

 

Supponiamo pure che in me alberghi il seme del Secondo Avvento. Ovviamente, come madre del Signore Numero Due, avrei qualche diritto di metter bocca nella nuova religione che si andrebbe formando intorno alla mia prole. (E se non ce l’avessi me lo prenderei. Vi pare?)

 

Intanto, la prima volta è stato maschio, questo giro la facciamo femmina. E silenzio: una volta per uno. Avete fatto il bello e il cattivo tempo per più di duemila anni sulla base del fatto che il Capo era maschio. No, non è maschio. Ci ho parlato giusto ieri: somiglia in maniera impressionante a Lauren Bacall da giovane. Siamo d’accordo su alcune cosette.

 

Questa volta, niente martiri, né piani né sdruccioli. Niente crocifissioni, mortificazioni della carne e altra roba sanguinolenta. Il Natale si festeggerà a maggio, a occhio e croce. Speciali deroghe per i paesi dell’emisfero australe, che potranno scegliersi un’altra data collettiva, diciamo verso novembre (che è pure il mese del mio compleanno, e quindi cade benissimo).

 

Sulla questione sesso, omo, etero e misto, sapete come la penso. Liberi tutti. Non lo dico io, lo dice Dio. 

 

Essendo il nuovo Figlio di Dio una Figlia, si risolve automaticamente il problema del sacerdozio femminile. Avanti una papessa, io ovviamente piazzerò subito la candidatura della Raffa (con sigaretta in bocca e rossetto color prugna). Come cardinalesse voglio Kim Deal, Kim Gordon, Zia McCabe, PJ Harvey, Cristina Martinez, Meg White e Carmen Consoli.

 

Alla mia dipartita, siete pregati di non erigermi statue rivestite di assurde tuniche celestine.

Scordatevi che mi metta ad apparire a pastorelli portoghesi e frati pugliesi. La preferenza sarà accordata ad oscuri gruppi garage punk. In assenza di stimmate che testimonino la crocifissione della Figlia Unigenita, il segno dell’apparizione sarà una gran ventata di odore di canna, perché alla madre di Dio gli straightedge integralisti spaccapalle stanno sulle Sacre Ovaie. Potrei fare delle comparsate anche ad oscuri festival musicali, mostre di artisti indipendenti e set di film girati a budget zero.

 

Quanto alla questione "padre putativo", io e Lei siamo d'accordo che le candidature dovranno essere vagliate attentamente. Astenersi pusillanimi, vegani, gelosi, misogini, continenti, temperanti, seri e fan di Laura Pausini. 

 

Per mantenere le cose interessanti, potrei rivelare anche io dei segreti mistici. Quello principale potrebbe essere la ricetta dello strucolo cotto in strazza, che tutte le massaie carsoline giurano di saper fare ma che praticamente è possibile mangiare solo una volta ogni due anni. Non so, devo decidere, io e Lei non ne abbiamo ancora parlato.

 

Scusate, ora vado, a parlar di strucoli mi è venuta fame. Capite, devo mangiare per due, adesso.

Scritto da Giulia | 07:30 |
 

Sempre nausea.

Stamattina si sono presentati a casa mia tre tizi con il turbante, con in mano un mazzo di fiori.
"I torroncini ce li siamo mangiati per strada" hanno detto.
Gli ho detto di tornare fra nove mesi.




Scritto da Giulia | 03:41 |


domenica, settembre 14, 2003
 

Urca, dimenticavo la cosa più importante.

Auguri Bafio!

Scritto da Giulia | 05:56 |
 

Ho ancora la nausea.

Sapete mica se lo Spirito Santo concede repliche? Mi sto preoccupando.

Scritto da Giulia | 05:43 |
 

La cialtrona va alla Biennale

Non mi ricordavo di soffrire il mal di mare. Me ne dimentico sempre perché, essendo terricola, in barca ci sono andata sì e no cinque volte in tutta la mia vita, ogni volta stando malissimo, al punto che anche mentre digito questa frase mi gira la testa. I traghetti producono in me una simulazione di primo trimestre di gravidanza: vertigini, senso di nausea, difficoltà a stare in piedi (ma se sto nelle cabine è peggio, perché mi manca l'aria). Mentre stavo arrivando alla stazione, Damir mi ha telefonato e ha detto: prendi il traghetto e vieni direttamente all'Arsenale, ci vediamo lì. OK, ho detto io, sentendomi avventurosa. Mai preso un traghetto da sola. Vediamo se riesco a perdermi.

Trenta minuti di rollìo, beccheggio, hola e dondolamenti vari si espandono fino a sembrare un paio d'ore. All'Arsenale barcollo giù dal traghetto su per il ponte e verso il teatro tenendomi lo stomaco. Never a-fucking-gain... naturalmente, sono in ritardo per il primo concerto, Damir è già entrato e io opto per una passeggiatina.

La Biennale della Musica è un evento molto scìc, da veri intenditori e intellighenzia nazionale. Sono qui per portare un po' di sana cialtroneria e scetticismo. No, balle, sono qui perché Damir ci è stato mandato da uno dei tanti giornali per cui scrive, e io adoro portare la mia incompetenza al cospetto della sua suprema competenza in materia musicale. E poi non lo vedo mai. Spettegolare dal vivo è infinitamente meglio che al telefono.

Esploro i dintorni dell'Arsenale tenendo la macchina fotografica a portata di mano. Questa è una zona in cui non sono mai stata, qui Venezia ridiventa città con i suoi abitanti, i suoi negozi e una vita, e smette di essere soltanto cartolina per turisti giapponesi e inglesi (questi ultimi una marea: miracoli della RyanAir). Ci sono panni Non un centimetro di menostesi da un lato all'altro delle calli in cui mi infilo per curiosità e per vedere dove portano, c'è odore di minestrone, ci sono bambini che giocano e volantini di palestre. Ho un'ora per non perdermi, calmare il mio stomaco e osservare la gente intorno a me.
Due ragazzi sulla trentina, per esempio:
"Intendi 'Di àders'?"
"Ma no, intendo il film con Nicole Kidman."
"Eh, 'Di àders'."
"Ma no, 'Di àuars."
"Ma io sto divendo quello con Nicole Kidman."
"Eh, c'è Nicole Kidman anche lì."
"Io dico quello con Susan Sarandon..."
"Allora è 'Di àuars'."
(Susan Sarandon, in The Hours, non c'era. Giusto per la cronaca.)

Entro all'Arsenale per la seconda esibizione del pomeriggio, quella di David Moss. Damir esce dal backstage e mi raggiunge, e in perfetto silenzio (sbigottito, il mio; entusiasta, il suo), assistiamo alla performance.
Devo precisare che a Damir il concerto è piaciuto. "Dai, di' che è stato bello". Beh, insomma, un paio di volte mi ha persa. L'arte di David Moss è il risultato di una collisione fra Mel Blanc, Charlie Adler (avete mai visto Cow and Chicken in originale?), l'opera omnia di Luciano Berio, Laurie Anderson e Dario Bandiera. Voce, percussioni, rumori e ironia. Moss ha un'intera orchestra sinfonica nella laringe: certi acuti che lancia ricordano da vicino Cecilia Bartoli.
Si accendono le luci e io ho due cose da dire:
Eh sì, fa ridere."Vecchio, perché ogni volta che vado a vedere un concerto con te mi trovo davanti un omino che fa cose strane con la voce?"
(Estate 2002, Londra, Fabric, omino beat-box, ammetto di essermi divertita di più.)
"Certo che una maglietta con scritto Protect me su di te è veramente uno statement ironico."
(Viene fuori che è una maglietta d'annata dei Casino Royale. Fa ridere lo stesso, però.)


Mi accodo per l'intervista a DJ Olive, sorridendo come una valletta per mascherare il fatto che non dovrei essere lì. Si mette a piovere. Troviamo DJ Olive nel retro del retro del retro del teatro Le Tese. Mentre Damir lo intervista, io spettegolo con i tecnici sulle abitudini fumerecce di un certo gruppo italiano che resterà innominato, ma che i due mi giurano "Mai visto degli sfattoni del genere". Si beve vino (buono). Mi sento molto introdotta. Alè.

E piove.


Dopo avere spiegato a DJ Olive in cosa consista un phoon (la cialtrona non è tale se non dà spettacolo), usciamo sotto l'acqua e cerchiamo rifugio dentro uno di Il tubo, il tubo l'ho capito.quei comodissimi tubi di metallo attualmente sparpagliati in giro per Venezia, che contengono la lista degli artisti e degli eventi della Biennale. Comodissimi perché non ci piove dentro, mentre fuori diluvia. Abbiamo fame e abbiamo fatto troppo tardi per vedere il concerto delle otto e mezza, per cui la tappa successiva è il ristorante davanti al teatro, dove io riesco a spalmarmi interamente la faccia con il nero di seppia degli spaghetti. Me lo fa notare il cameriere. "Non te l'ho detto perché faceva tanto trucco darkettone" si giustifica Damir.
Eh, beh.

Ora di andare. Cammino per un pezzo sotto la pioggia in mezzo ai turisti. Qua e là intravedo gente in abito da sera che cerca di salvare l'orlo dello smoking e le scarpe di Prada dalle pozzanghere in cui io paciugo indifferente, tanto ormai ho i jeans bagnati fino a metà polpaccio. Faccio un conto del tempo che mi ci vuole ad arrivare alla stazione, e decido di ritentare il traghetto. Dita incrociate.

(Ecco che mi gira di nuovo la testa: mi basta scrivere "traghetto" per rivivere tutti i sintomi della prima traversata.)

Sopravvivo.


























Scritto da Giulia | 02:36 |


venerdì, settembre 12, 2003
 

Ritagli e frattaglie

Giornata di sole a Trieste. Un buon giorno per cretineggiare con la mia macchina fotografica digitale. Queste siamo io e Cristina durante la Sacra Pausa Pranzo, in Piazza Unità.

Giu

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Cri

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Oggi sono stata a fare il provino di telegenia a una TV locale, Telequattro. No, non sono stata colta da raptus, non ho improvvisamente deciso di fare la showgirl, la mia aspirazione non è diventata condurre il meteo insieme a Fazio come la mia solita quasi omonima fidanzata del Pupone. Tranquilli. Cercavano una persona per fare dei redazionali, intervistare negozianti, quelle cose lì. A me, in realtà, la televisione nel senso di stare davanti a una telecamera interessa poco. Sono pochissimo telegenica, e comunque, se devo scegliere, preferisco scrivere le parole per gli altri e lasciare che davanti alla macchina da presa ci stia chi ha veramente la voglia e il talento.
Ciò non toglie che il weekend prossimo lo passerò a fare l'ospite-inviata-incursore insieme a Diego, per Luxa, alla kermesse di Pordenonelegge. Salvo complicanze.

Comunque, 'sto provino l'ho fatto. Non dico i cinque minuti più imbarazzanti della mia vita (ho passato di peggio), ma sicuramente una delle volte in cui mi sono sentita più ridicola. Provate voi ad improvvisare a ruota libera per cinque minuti su due sedie. Due sedie, mi hanno dato. "Fai finta di venderle." Bòn, io ho improvvisato un'asta con tanto di telefonate finte. Se divento famosa e volete sputtanarmi davanti all'Italia intera, fatevi passare quella videocassetta.

A proposito di televisione, oggi Selvaggia ha riportato i primi scalpi da Miss Italia...


Scritto da Giulia | 10:30 |


giovedì, settembre 11, 2003
 

Donna, tutto si fa per te
Pistolotto para-sociologico

"Come sta questo vestito con queste scarpe?"
"Un po' da culo, Sarina."
"Peccato, mi sembrava divertente. Mi devo mettere le scarpine da sciuretta?"
"Ci stanno meglio, sì."

Si fa presto a confondere la femminilità con gli accessori, con i comportamenti, con gli atteggiamenti. Recitare la femminilità non è complicato se una ha voglia di farlo. Lo so fare anche io. Con gli accessori giusti, con le scarpe giuste, al momento giusto, il sorriso da Monna Lisa, la lentezza del pitone, ti ingoio e ti digerisco con calma più tardi. Ma la femminilità è altro, perché anche nei miei momenti più conditi di testosterone io sono e rimango una donna.

Penso come una donna, parlo come una donna, ho i codici delle donne e la visione del mondo di chi, come me, ha tutte le gambette dei cromosomi. (O sente di avercele. Si fa presto a confondere la femminilità con il sesso biologico.) Un modo di vedere il mondo che, quando non viene irriso, è comunque "alternativo". Pochi giorni fa, un amico, via mail: "Io mi innamoro solo di donne che non stanno simpatiche alle altre donne, forse perché non sono adatte a discorsi femminili". In cosa consistono i discorsi femminili? E perché queste donne non li fanno? E soprattutto, perché questo dovrebbe essere un bene?

Cos'è che quest'uomo percepisce come sbagliato nei discorsi femminili?

È che i "discorsi femminili" gli uomini, in larga maggioranza, non li conoscono. Le donne sono allenate a tenerli segreti, a farli solo in compagnia delle altre donne, delle creature che hanno installato il loro stesso codec del mondo. Tra uomini e donne non è che non ci si capisca, bisogna solo fare dei passi in più, spiegarsi meglio, essere più chiari, decodificare. La chiarezza è nemica del mistero, e l'assenza del mistero ammazza l'attrazione. Vale a dire che ci vogliono nervi d'acciaio per avere a che fare con un uomo che ti attrae e resistere alla tentazione di farti spiegare ogni suo non-comportamento, ogni telefonata mancata, ogni frase che per lui è casuale e per te greve di significati, perché hai una visione delle cose che è globale e circolare, e non lineare. Tutto, nella tua testa, è collegato a tutto. Niente avviene per caso. Mentre lui fa le cose e non ci trova un senso. Telefona o non telefona come molla i calzini sporchi sul pavimento.

Ho un dono che è un po' una sfiga. In compagnia di un gruppo di uomini riesco a mimetizzarmi nell'ambiente finché non si dimenticano della mia combinazione genetica, e danno la stura ai discorsi da caserma. Anche gli uomini (e questo me lo conferma un uomo) parlano per codici, per slogan, tormentoni, frasi che segnalano l'appartenenza. Il sesso impera. Anche le donne parlano di sesso, ovviamente, ma non nello stesso modo. (In generale, alla frase "quella lì me la farei" le donne sostituiscono "quello lì me lo sono fatto". Fare prima, fantasticare poi. E quanto fantasticare.)
Mi diverto da matti ad ascoltare gli uomini che parlano fra loro, ma per qualche motivo questo non mi ha mai assistita nei miei rapporti con loro.

"I maschi sono stupidi" dice quello che è la mia bussola nell'interpretazione del sesso maschile. Lo dice in modo ginocentrico. Per noi i maschi sono stupidi. No, peggio che stupidi: balordi e insicuri e pieni di pippe mentali assurde. Tanto quanto noi per loro siamo illogiche e oscure, e a volte spaventose. La nostra sequenza non è A, quindi B, quindi C. La nostra sequenza è A, quindi B, quindi C, quindi A e sei uno stronzo. Non se lo spiegano. Se poi siamo in grado di fare A, quindi B, ma considerato C e D  direi E, a meno che F, nel qual caso G e smettila di guardarmi le tette quando ti parlo, allora le cose si fanno gravi.

Non confondiamo la femminilità con gli accessori. Un tacco a spillo è un tacco a spillo è un tacco a spillo. Ma se ci fate lo sgambetto mentre ci caracolliamo sopra, non vi lamentate se poi ve lo piantiamo nei santissimi.






Scritto da Giulia | 11:33 |
 

Mentre aspettate un post decente, faccio promozione a un blog che non ha bisogno di promozione: Parola della Lo.

Se vi è piaciuta Ilenia, amerete la Lo.

Scritto da Giulia | 10:05 |


mercoledì, settembre 10, 2003
 

Mi sento come quella che, non aspettando visite, gira per casa in vestaglia con i bigodini in testa; e all'improvviso le piombano in casa l'uomo del gas, l'uomo del telefono, sei mormoni a coppie di due, il vicino figone che sembrava gay e invece è solo gnocco e gli manca lo zucchero, il giornalaio carino che passava di là e George Clooney.

Scritto da Giulia | 11:19 |
 

Sono temporaneamente a Santiago de Compostela. Per favore lasciate un messaggio. Grazie.

Da Tango!, 1996

Morirò senza saper ballare il tango. Basterebbero poche lezioni e un partner, ma proprio sul secondo particolare sono fregata in partenza. Perché anche per il mambo, la salsa, il merengue, il cha-cha-cha, il (continua a piacere) bastano poche lezioni e un partner: è il tipo di partner che è diverso. Quelli te li puoi imparare, a mio avviso, con un qualunque compagno di scuola volenteroso. Ridere e pestarsi i piedi a vicenda è permesso. Ma per il tango serve qualcuno che ti guardi ferocemente negli occhi ad ogni cambio di mano, che sia preciso, elegante e deciso nei movimenti, e che ti sappia reggere nel casqué (si scriverà così?), ci vuole qualcuno con il fuoco sulla punta delle dita, e mi dispiace, ma un uomo così io non l’ho mai incontrato. E meno che mai mi ha chiesto di ballare il tango con lui.

Non so se mi seguite.

Da Rock'n'roll Kills Me, 1996

Un’auto dopo l’altra, instancabilmente, sull’asfalto liscio dell’autostrada. Mancano attorno ai cinquanta chilometri, ma tutti e cinque dobbiamo fare la pipì, e il concerto delle nostre pance digiune ha da tempo oltrepassato l’ouverture. Non si sentiva più neanche l’autoradio quando Andrea ha detto “beh”, che nel suo scarno linguaggio significa “Ecco un autogrill, se volete ci fermiamo e prendiamo qualcosa.” Tutti e quattro abbiamo fatto sì con la testa, troppo arrochiti per parlare. Andrea ha parcheggiato il furgoncino (che Davide insiste a chiamare, non senza ironia, tour van, come i “veri”) e tutti e cinque siamo sprintati verso i bagni di questo immenso autogrill nel mezzo del niente.

Segue panino scivoloso e carissimo al buffet. Sono le sette di mattina, non c’è un’anima e fa quasi freddo. Giuro che non so dove siamo. Provo a investigare tra i prodotti tipici, e concludo che ci troviamo da qualche parte in Toscana, di preciso non saprei. (Odio gli autogrill proprio per questo. Potremmo essere indifferentemente a Pistoia come a Firenze, a Siena, a Pisa o a Monculi di Sopra. No Man’s Land.)

“Dove siamo?”

Nessuno mi risponde.

Esco (devo sapere dove siamo) e vado ad appiccicare il naso contro una cartina stradale della Toscana, incorniciata ed appesa all’entrata dell’autogrill. Ho talmente tanto sonno che non riesco a leggere, ma credo di capire che abbiamo appena superato indenni il tratto Roncobilaccio - Barberino del Mugello. Sospiro di sollievo. Avete mai fatto caso a quanti incidenti succedono nel tratto Roncobilaccio - Barberino del Mugello? Ascoltate un qualunque bollettino autostradale se volete la conferma. Il Triangolo delle Bermuda è Pordenone al confronto.

Da Cuore di cioccolato, 2003 (mai finito, non credo lo finirò, ma ha delle parti interessanti)

L’episodio risale a poco tempo dopo che ci siamo incontrati al concerto degli Strokes. La settimana dopo, dopo una serie di terrificanti interviste a una serie di terrificanti starlette della musica italiana, ci siamo dati appuntamento per un aperitivo in Corso Genova. Io avevo occhiaie a falce di luna e un tic nervoso sotto l’occhio destro. Neanche Ishmael era al massimo della sua forma. A parte uno sfogo allergico in fronte, aveva un livido sotto l’occhio sinistro.

“Cos’è? Hai fatto a botte?”

“No. Sono andato al concerto dei Verdena e mi è volato un ragazzino di sedici anni in faccia. Si è fatto più male lui.”

“Che cosa c’è? Hai l’aria sbattuta.”

“Mia madre” ha sospirato. “Ha accettato di andare a uno dei programmi della De Filippi, e sta rompendo le palle a me e a mio fratello perché accettiamo un confronto televisivo. Non se ne parla, ovviamente. Poi mio fratello sta di nuovo male. Non riesce a riprendersi dalla rottura con Greta.”

“Come lo capisco.”

“Tu come stai?”

“Ho voglia di suicidarmi.”

“Niente di nuovo, allora.”

“No, tutto normale.”

“Alberto?”

“Sta ancora raccattando le sue cose. Dicono che lo si vede in giro con gran succhiotti sul collo.”

“Dicono chi?”

“Gli amici comuni.”

“Cazzo di amici hai, scusa?”

“Me lo chiedo anche io.”

“La gente non è tutta così, sai.”

Mi veniva da piangere. Fra le interviste (“No, sai, perché un artista… un artista ha bisogno del suo spazio… in questo disco ho voluto inserire un senso di spazio, di aria… per fare questo, siamo andati un mese su un’isola al largo della Corsica…” ma vaffanculo, pensavo io, un mese in Corsica e il meglio che ti è venuto fuori è ‘sta merda?), Alberto, la solitudine e gli amici stronzi, mi sentivo piuttosto stanca.

“Vorrei una bella vacanzona lunga da me stessa” ho bisbigliato, cercando di sorridere.

Ishmael mi ha sorriso. “Non sarà per sempre.”

“Non c’è niente che sia per sempre” ho risposto. “Purtroppo, nemmeno questa Piñacolada” ho aggiunto, agitando il bicchiere vuoto.

“Ancora?”

“Ma sì, affoghiamo i dispiaceri nell’alcool.”

Era un mercoledì, e il bar era quasi vuoto. Quando Ishmael è tornato con i due bicchieri, il barista aveva messo su un album che conoscevo.

“Ascolta” ho detto, fermandomi con un salatino a due centimetri dalla bocca.

“I Gin Blossoms” ha detto Ishmael.

Found Out About You. Quanto ci ho pianto, su questa canzone.”

Ha riso. “Ti fai prendere troppo dalla musica. A volte ho l’impressione che tu la usi come uno stimolante emotivo. Gioia, tristezza, malinconia, amore, tutto in pillole, non più di tre minuti per volta.”

Ho chiuso gli occhi e appoggiato il viso a una mano. “Ascolta. Ascolta.”

Siamo rimasti ad ascoltare la musica che veniva dagli amplificatori, io con gli occhi chiusi, e Ishmael davanti a me, in silenzio, che tratteneva il respiro.

Ho riaperto gli occhi e ho sorriso.

“Non so di cosa parli” ho detto “la musica capita. Qualcuno la scrive e io la ascolto. A volte ci sono canzoni che ti prendono di più. Questa mi ricorda amori infelici ed estati in cui ero più giovane di adesso, e gli amori infelici non erano poi tutta questa tragedia.”

Ishmael ha alzato il bicchiere. “A un resto della vita migliore dell’inizio.”

Ho annuito, pensando che anche così non era tanto male.



Scritto da Giulia | 09:04 |


martedì, settembre 09, 2003
 

Stato di avanzamento

Otto propositi su dieci non è male.
Non ho scritto una riga, però.
E zoppico.
Forse alla lista avrei dovuto aggiungere "starò attenta a dove metto i piedi".




Scritto da Giulia | 21:02 |
 

AHIAAAAAA

Sono appena inciampata nel monitor vecchio che sta per terra in attesa di essere smaltito in qualche modo. Sono riuscita ad ammaccarmi ben due dita del piede destro.
Probabilmente non ve ne frega niente, ma ve lo dico lo stesso.



Scritto da Giulia | 08:58 |
 

Da oggi, da subito

Dirò la verità.
Vorrò bene alle persone.
Sarò onesta con me stessa.
Limiterò il cazzeggio.
Mi rimetterò a scrivere.
Cercherò il mio coraggio.
Farò le cose che temo.
Guarderò in faccia il nemico.
Non mi tirerò indietro.
Non sarò una persona che non sono.










Scritto da Giulia | 05:19 |
 

Cose buffe

Dal sito di Pordenonelegge:

"Le affinità elettive. Giuseppe Genna e Tommaso Pincio parleranno della loro amicizia."
Beh, signori organizzatori di Pordenonelegge, potevate chiamare anche me, vi avrei raccontato delle cose meravigliose sui miei amici e le mie amiche. Anche quelli che scrivono di professione. (Diobono, vecchio, vedi cosa succede a farsi formattare il PC con le mie mail dentro? Succede che Genna e Pincio ci fottono il posto! E noi costavamo anche meno.)

Cose per niente buffe

Su Repubblica.it di oggi si legge di una donna di venticinque anni, residente in un piccolo paese vicino Padova, che ha partorito una bambina in casa e poi l'ha nascosta in un mobile da giardino.
Ricco nord-est.
Venticinque anni.
Operaia.
Chiaramente sola.
E instabile.
Con un figlio in pancia.
Che mondo di merda.
Dite quello che volete, ma la colpa è di tutti.










Scritto da Giulia | 02:50 |


lunedì, settembre 08, 2003
 

When I was just a little girl
I asked my mother, what will I be?
Will I be pretty, will I be rich?
Here's what she said to me:
"Que sera, sera... whatever will be, will be..."

Ieri sera Martin (il mio ex storico, per chi si fosse perso le puntate precedenti) ha deciso di mandare agli amici le foto delle vacanze in Albania, scansionate e allegate a due e-mail. Ovviamente pesavano un'enormità, per cui, dopo essermele guardate, le ho buttate via. (Martin, zippale, la prossima volta!) Tra le foto ce n'era anche una con la fidanzata, Joana (la grafia del nome è incerta). È buffo: dopo anni di vacanze insieme, ti abitui così tanto ad essere tu l'altra persona nella foto che vederci un'altra è come vedere Paul McCartney con i Wings invece che con i Beatles.

Ieri sera siamo finite a vedere il finale de Il matrimonio del mio migliore amico a casa di Annapaola. Annapaola adora quel film, mentre io, pur avendo riso quando l'ho visto (ero fidanzata con Martin, all'epoca), adesso lo odio e lo temo. Specialmente il finale: a parte il fatto che la protagonista si chiama Jules (e cominciamo bene), ma il fatto che abbia la mia età, di mestiere scriva (di cucina, OK, ma il principio è quello) e tenga un amico gay e un amore impossibile su per la manica mi sembra veramente troppo. Battuta dalla leggiadra e cinguettante Kimmy (Cameron Diaz in versione pio pio il pulcino sono io), alla Nostra non resta che consolarsi ballando con l'amico gaio dopo che gli sposi se ne sono già volati via fra fuochi d'artificio offerti dal facoltoso babbo.

Spero non sia profetico.





Scritto da Giulia | 22:14 |


domenica, settembre 07, 2003
 

Seasonal Adjustment Disorder

Oggi ricomincia la scuola. E piove.

Sono gli ultimi giorni di Sara in Italia, e ieri ci siamo trovati a casa dei suoi per festiggiare la sua partenza. Non ero in forma, e non sono neanche chissà che contenta che parta. Per lei, ovviamente, sì, è un'esperienza che le cambierà la vita, e sono felice che abbia avuto il fegato (che a me manca del tutto) di trapiantarsi in un'altra capitale europea, sapendo la lingua a livelli di sussistenza, con più punti interrogativi che certezze. Credo sinceramente che le porterà felicità. Ma faccio veramente fatica a pensare che per almeno un anno la vedrò a malapena.

Nota a margine:
siccome non sono di umore splendido, non accapigliatevi fra di voi nei commenti o vi cancello senza pietà, come ho già cominciato a fare. Non mi sono mai piaciuti i galletti, né i biscotti né gli uomini che si comportano come tali, compris? Non ho intenzione di disabilitare i commenti: gli incivili verranno terminati.


Scritto da Giulia | 22:15 |
 

Shagoo! Shagoo!

Per arrivare al luogo dello Shagoo Shagoo Fest mi sono persa. Come tutti, più o meno: le indicazioni dicevano "cerca la chiesa e poi trovi i cartelli". Nel paese friulano medio, la chiesa è in piazza e il campanile lo vedi da lontano. A Osoppo, la chiesa è imboscata e il campanile è venuto giù col terremoto del '76, per cui l'hanno rifatto bassino e non si vede. A girare abbastanza, però, lo si trova. E si trova anche l'ex colonia estiva, sede del ritrovone punk-hc-vegan-straightedge-masoprattutto-molto-emo organizzato da un manipolo di intrepidi autofinanziati. Un posto delizioso fra gli abeti, con sfondo di montagne e gruppo di fricchettoni spagnoli che suonavano melodie infinite per chitarra e flauto. (Date anche a me quello che aveva preso la ragazza con flauto, credo faccia perdere il senso del tempo.)

Le immancabili distro. Capi d'abbigliamento vintage. Emoposterboys: Jonathan Settlefish, Giulio Karina (loro non sanno chi sono io ma io so chi sono loro, avendoli visti entrambi dal vivo con i rispettivi gruppi: allo Shagoo si sono presentati insieme). Emogirls: svariate. Giro rockenroll friulano: praticamente al completo. Una sigla di chiusura dell'estate 2003 o di apertura dell'autunno?

Ripescaggi: Mocio, il Bisi redivivo. Cibo: strettamente vegano. Mi hanno detto che i panini con la salsa di... cos'era? seitan? erano commestibili. La fagiolata, in compenso, aveva il peso specifico del plutonio. Io ho mangiato la pasta e una fettina di torta salata che era proprio buona. Il cibo si innaffiava con la birra. Prezzi politici.

Gruppi:
ho capito Le Corbusier, Oliver (finalmente li ho capiti...) e Disco Drive (che avrei capito meglio se non fossi stata rincoglionita dal sonno, ma li avevo già capiti a San Vendemiano). Gli altri non li ho capiti o li ho capiti poco. Un gruppo in particolare non li ho capiti per niente: sembravano un campionato di rutti.

Freddo: progressivo e paralizzante, diobono.

Surrealismo: "Ma tu sei Giulia? Aaaah, ma sei tu che tieni il blog? No, sai, c'è un mio amico che ti legge e mi ha detto che venendo qui ti avrei incontrata. Adesso me la posso tirare!" (Giuro, ho i testimoni...)

Mutande: quelle rimaste nel bagno del Bisi (ovviamente non le mie).

Somiglianze:

Chi vi ricorda?

 

 

 

 

 

 

Rientro: alle due di notte, con un sonno spaventoso, vorrei essermi fermata a dormire lì.

I festeggiamenti sono tuttora in corso.


Scritto da Giulia | 08:09 |


sabato, settembre 06, 2003
 

Salone Marilisa

La parrucchiera del paese dove vivono i miei è un piccolo genio. Bella donna intorno alla cinquantina (a occhio: la figlia maggiore ha l'età di mia sorella), ha una mano magica, ed è fra i pochi coiffeur (ma per le donne si dirà coiffeuse?) che capiscono quello che vuoi senza l'aiuto di fotografie di dive, disegnini e indicazioni al millimetro. Andare da lei a farsi i capelli significa sacrificare una mattinata, perché il salone è sempre pieno, e se in paese c'è un matrimonio si creano degli ingorghi notevoli.

Il salone è un posto alla buona, senza arredi chic, ma confortevole. Ci si possono leggere i soliti giornali da parrucchiera, Gente e Oggi, ma anche Donna Moderna e Glamour (quest'ultimo, il trionfo della vacuità e delle notizie in formato "bocconcino": Donna Moderna, in confronto, sembra la Treccani). A proposito di Gente, o i VIP hanno smesso di essere anche solo vagamente interessanti, o questo settimanale sta raschiando il fondo del barile. Esaurito l'appeal di Padre Pio e Frate Indovino, al momento Gente reca in copertina la foto del figlio di Gérard Depardieu (Guillaume, n'ést pas?), che "mostra la sua gamba artificiale". Giuro. Il giovane Depardieu è ritratto in piedi contro un muro, con la gamba artificiale a lato. Bòn, non che il servizio principale sia poi questo chissà che. Laura Freddi in bikini (copriti tesoro, che alla nostra età si becca subito la sciatica), che proclama "Mi sono fidanzata". Del fidanzato nessuna traccia, per fortuna.

Oggi in paese c'è un matrimonio, per cui tra le pettinature in corso d'opera c'era l'immancabile boccolata su una ragazza che dovrei conoscere, ma che per qualche strano caso non ricordo chi sia. In compenso, seduta vicino a me, pallida e grassoccia come da ragazzina, c'è la Gabriella. Che non mi riconosce. Abbiamo circa la stessa età e da bambine frequentavamo lo stesso centro ricreativo, odiandoci.

Mentre aspetto che il colore "prenda" (un bel nero Karen O: basta con i colpi di sole rossi), ho tempo di guardarmi intorno. Oggi c'è poca gente, per cui anche poco materiale umano da osservare. Ma sono interessanti lo stesso, le signore e signorine del paese. Si porta molto il taglio corto mesciato biondo fonato all'indietro, la "cofana", insomma. Le ragazze a volte osano caschetti asimmetrici e colori violenti, ma la maggioranza della clientela è costituita da madri di famiglia della mia età o poco più vecchie, che richiedono tagli classici e permanenti facili da gestire, oppure da signore che inseguono il sogno di una bionda giovinezza tramite perossido di idrogeno.

Ho deciso che mi farò crescere i capelli per altri nove anni. Il giorno del mio quarantesimo compleanno me li taglierò, ancora non so come. Se non cambio idea prima. In ogni caso, ho già avvertito la Marilisa: tienimi un posto per il 14 novembre 2012.

"Se non è domenica o lunedì..." ha risposto lei.

Scritto da Giulia | 02:51 |


giovedì, settembre 04, 2003
 

Pastiglie

Il ministro Sirchia ha deciso che dobbiamo mangiare di meno perché siamo obesi.
No, ministro, non è che dobbiamo mangiare meno. Dobbiamo mangiare meno schifezze, è questo il problema. I bambini vanno a scuola con le merendine, spacciate dalla pubblicità per "le stesse che gli faresti tu, mamma" (sottinteso: se ne avessi il tempo, la voglia, e se tutti i tuoi dolci non svenissero come damine dell'Ottocento nell'istante in cui vengono tolti dal forno). Quando io ero piccola, il Kinder Brioss sapeva di scarti industriali. Lo si mangiava lo stesso, io non sono diventata obesa, ma che non mi vengano a dire che è "naturale" e perciò "nutriente" e "fa bene". Anche l'amanita phalloides è naturale, ma non la darei da mangiare a un bambino. (Ai pubblicitari, invece, sì.)

Si è spento dopo sei anni di onorato servizio il Vestito Impietoso. Abito a tubino di raso grigio con un motivo di foglioline, che io amavo molto, era stato ribattezzato Vestito Impietoso da uno dei miei amici maschi, non ricordo quale (forse Efrem?), perché appena mettevo su mezzo chilo mi tirava da tutte le parti. Ultimamente mi stava quasi largo, e pertanto è particolarmente rimpianto. Rimangono intanto molto gravi le condizioni dei jeans "Britney Spears", il cui buco sulla chiappa si è riaperto di recente.

Su Radio Deejay la mattina c'è di nuovo Platinette, urrà.


Scritto da Giulia | 22:23 |
 

La riscossa dei timidi

Telefonata-fiume di due ore con Damir. Avevamo degli arretrati di speculazione filosofica (hello brother, lo so che stai leggendo: in questo modo mi levo l'ansia da prestazione, ti cito direttamente e lusingo il tuo ego, così non ti accorgi che anche oggi non ho un cazzo da dire e forse neanche gli al... ops).
A un tal punto ci si mette a parlare di timidezza.

"Io i timidi non li sopporto."
"Perché?"
"Perché bisogna fare uno sforzo. Non sopporto quelli che non parlano con gli altri perché 'sono timidi'. Questione di elementare cortesia. Dopotutto, dai, noi lo sforzo l'abbiamo fatto."
"Sì, ho capito, ma calcola che siamo cresciuti in un ambiente ostile. Se non mi fossi tirata fuori dalla timidezza, probabilmente non sarei sopravvissuta."
"Idem. Ma allora, perché altra gente no?"
"Perché probabilmente hanno avuto la fortuna di crescere in un ambiente amorevole, circondati da persone che li accettavano e li apprezzavano, e non in quella specie di giungla..."
"Non è giusto."
"La tua è invidia."

Diobono, è vero.
Non che io non sopporti i timidi. Non sopporto gli antipatici contrabbandati dagli amici come timidi - e mi viene in mente un amico del mio ex, che parlava solo a grugniti: "È un timido" diceva Martin. "È un troglodita", dicevo io  - perché sono stata una timida, la mia migliore amica è fondamentalmente timida, e riconosco al primo colpo anche i timidi riformati (Bugo, per dirne uno famoso, perché non me ne vengono in mente di non famosi. Gli ex timidi diventano spesso famosi, chissà quando tocca a me?) Ovviamente invidio i non timidi, perché timidi si resta tutta la vita. La modifica del comportamento sociale non corrisponde a una rivoluzione dell'emotività, si rimane timidi ma si impara a non mostrarsi tali. Il timido riformato può essere del tipo "lumachina" (vale a dire, pronto a rientrare nella sua casina di silenzio e contemplazione in presenza di un eccesso di pubblico) o del tipo "clamidosauro", vale a dire quelli che, come il piccolo rettile australiano, se sono in presenza di più persone, soprattutto sconosciute, fanno un gran casino per nascondere il terrore di non risultare graditi. 

"È il mio problema, più gente ho intorno, più aumentano i miei decibel."
"Beh, questa può non essere una cosa brutta."
"Lo è. Poi mi sento una merda. Intrattengo tutti e faccio la buffona, poi vado a casa e mi chiedo perché, perché non riesco a stare zitta? Perché devo chiacchierare incessantemente e fare cabaret? Non potrei stare semplicemente lì ed esistere?"

Che poi il problema è che si creano delle aspettative. Per cui capitano anche le volte che non ho nessuna voglia di parlare, non perché sto male o cosa, ma solo perché ho voglia di stare zitta. Di pensare ai cavoli miei o semplicemente di ascoltare gli altri. E allora la gente si preoccupa. "Ma stai bene?" "Sì, sto benissimo." "Mi sembri triste." "Non sono triste." "Vabbè, dai tirati su." "Ma non sono triste!"

Sì, sì, invidio i timidi che sono rimasti tali, perché probabilmente sono stati molto amati: dalla famiglia, dagli amici, dai compagni di scuola.
Invidio i sicuri di sé, quelli veri, quelli con lo scudo protettivo intorno, anche se ne conosco pochi e spesso non sono persone gradevolissime, perché tendono ad approfittare delle debolezze altrui.
Ammiro i timidi riformati che sembrano semplicemente usciti da se stessi, e che navigano fluidi, senza gli strappi e le stridulezze e i martellamenti nelle palle di cui mi rendo protagonista io ogni volta che mi viene data un'occasione, ogni volta che potrei afferrare qualcosa, prendermela senza sforzo, e invece ci devo fare intorno i miei soliti numeri, le mie danze propiziatorie e le mie battute goffe. Solo perché non credo di meritarmela veramente.

Della cosa interessante che dovevo fare vi parlerò un'altra volta. Uno, perché ho sonno. Due, perché ne manca ancora un pezzettino.

















Scritto da Giulia | 12:39 |


mercoledì, settembre 03, 2003
 

Posto sbagliato, momento sbagliato

NOOOOOOO!!! Tutta colpa del naso. Siccome domani devo andare a farmici guardare dentro (visita di controllo post-operatoria) e quindi sono a casa dei miei, mi perdo l'unico grande evento che la Trieste mondana ha da offrire in questo periodo: Tinto Brass che viene a presentare il suo ultimo film, Fallo! (titolo dell'anno, senza alcun dubbio).

Capite, per colpa del mio setto ex infortunato mi perdo l'incontro con il maestro del pecoreccio, il Gran Sacerdote del Culo, l'inventore di Claudia Koll e il riscopritore della Sandrelli. Dovrò accontentarmi dei racconti di Monica, che stasera sarà all'anteprima insieme a tutta l'intellighenzia triestina (signore incartapecorite con collana di perle, giornalisti de Il Piccolo, anziani professori).

E io qui, nella strabassa friulana.

Pessimo tempismo.

(Domani, vi giuro che domani avrò delle cose da raccontarvi, giuro giuro giuro, devo fare una cosa interessante che non vi posso dire adesso, ma domani vi assicuro che vi dico delle cose, la smetto di lagnarmi vagamente e mi rimetto al lavoro.)

Nel frattempo, una pregunta. Secondo voi, perché nei video degli artisti hip-hop ci deve essere obbligatoriamente tutta questa gnocca in costume da bagno che dimena i fianchi? Non che io abbia niente contro le gnocche in costume da bagno: è che stanno lì, roteano il bacino con aria concentrata, non hanno assolutamente l'aria di divertirsi, sembrano (e sono) tableaux vivants, decorazioni in movimento, sono tante e tutte uguali, e il rapper sta in mezzo a loro senza guardarle, tanto mica sono lì veramente.
Insomma, meglio Er Piotta a MTV On the Beach. Non scherzo. Er Piotta in bermuda, ciabattine e una specie di bandiera per maglietta. Almeno Er Piotta ha il dono della parola, maledizione.


Scritto da Giulia | 11:06 |


martedì, settembre 02, 2003
 

Chiarito il mistero

Non è acido per batterie, è squilibrio ormonale. Sono pre-mestruale. Spero di non essermi mangiata nessuno, negli ultimi giorni.

Scritto da Giulia | 23:54 |
 

Nelle vene ho acido per batterie

Ho notato che fra le blogger della "scena" o periferiche ad essa (Aiki e Gaia in testa) va molto di moda sfottere gli "emo boys". Avessi capito cosa cazzo sia l'emo e soprattutto in cosa consista un emo boy, potrei dirvi magari il perché di tanto accanimento. Potrei fare delle ipotesi empiriche, anzi, mi sa che l'ipotesi empirica è tutto quello che abbiamo, fratelli e sorelle, perché

(non posso credere che Radio 105 suoni ancora quella canzone degli Eiffel 65, anche se chiamarla canzone mi sembra esagerato)

alla fine, tra il fatto che non distinguo i generi musicali e il fatto che guardo le persone non come gruppo ma come individui, mi risulta difficile dirvi se fra quelli che conosco ci siano o meno degli emo boys. In questo caso, posso individuare delle caratteristiche che a occhio e croce potrebbero mandare in bestia le consorelle più ruvide.
L'emo boy parla un sacco di musica. Ne parla e la consuma in maniera compulsiva. A casa deve avere un piatto dello stereo per ascoltarsi i quintali di vinili che colleziona, perché l'emo boy è anche rétro e avverso alla tecnologia, anche se non sempre.
L'avversione alla tecnologia non gli impedisce di spippolare copiosamente su Internet insieme a tutti gli altri emo boys, parlando di gruppi praticamente sconosciuti all'orecchio umano, e spesso anche di gruppi inesistenti, tanto per beffarsi di coloro i quali, per non dimostrare ignoranza, ne tessono lodi sperticate e ne offrono recensioni dettagliate (naturalmente di pura fantasia).

La caratteristica ricorrente non solo dell'emo boy ma anche di una certa frangia hardcore-vegan-straightedge (raga che vita grama: niente alcool, niente carbonara, niente droghe, niente sesso... convertitevi all'Islam, che almeno quella è una religione, e se ci durate andate in paradiso con le Urì) è l'INTRANSIGENZA. BISOGNA conoscere il tal gruppo, se no non si sa niente. BISOGNA astenersi da quanto sopra elencato, se no si è fuori. Giuro che ho letto lunghissime conversazioni sul tema "Il tizio è stato visto mangiare una coscia di pollo", neanche il tizio avesse condito il pollo con la nitroglicerina e si fosse lanciato contro il Palazzo delle Poste urlando slogan contro la lentezza delle raccomandate con ricevuta di ritorno.

(Toh, i Thrills. E gli Stereophonics.)

Un'altra caratteristica della "scena" è il cinismo senza limiti. Nonostante l'emo, come genere musicale (o almeno così mi sembra di aver capito, dato che i testi delle canzoni non li seguo: troppo rumore sopra, inglese farlocco sotto) si chiami così proprio perché esprime delle emozioni, i rapporti cibernetici fra i membri della scena sono improntati a un sarcasmo estremo. Di recente, un frequentatore di questi giri che conosco da anni mi ha detto che sulle message board ormai va poco. "C'è un'atmosfera brutta. Appena metti un piede fuori dalla riga, ti saltano addosso." È vero. Impera anche un impulso a fare a pezzi gli "intrusi", che vengono dapprima ignorati, poi maltrattati, e se dimostrano (in un rituale simile a quello delle space monkeys di Fight Club) di voler davvero restare, allora vengono ammessi. La sincerità è per i polli, i pivelli e le ragazze. Cinismo, pose, ironia e cattiveria are the reason.

Cattiva? Io? Mah. Può essere. Stavo cercando di darmi delle spiegazioni. Magari Aiki ne ha di migliori (non so se mi legga, penso che in questi giorni abbia di meglio da fare), ma se mi leggi, sore', me lo dici? Mi dici perché odi gli emo boys?

(Uff, ancora Jamiroquai. Adesso basta, mi vesto e vado a lavorare.)



Scritto da Giulia | 21:13 |
 

La Giulia consiglia

Veramente non lo consiglio io, ma Selvaggia; io l'ho rubato ai suoi link. È un blog così esilarante che quando mio padre, cinque minuti fa, mi ha telefonato, mi ha chiesto perché stessi ridendo da sola.

La ragione della mia ilarità è Lo scopriremo solo vivendo.

Ho anche fatto un po' di ordine fra i link ai blog che visito. I meno aggiornati sono stati spostati più sotto. Non per disamore ma per amor dell'ordine. Questo è un modo carino per dire

*plin-plon - comunicazione di servizio*

 BISI, AGGIORNA IL BLOG, VACCA D'UN CANE!!!

*plin-plon*

Scritto da Giulia | 09:12 |
 

Identikit

LA vedova di Kenny Mc Cormick

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scritto da Giulia | 04:23 |
 

Impiego alternativo del maschio della specie

Aprire la caffettiera.

Scritto da Giulia | 00:07 |


lunedì, settembre 01, 2003
 

Stasi

La stasi non è produttiva ai fini di un post, per cui sarete abbondantemente perdonati se non avrete niente da dire al riguardo. Sono le nove e ventitrè. Sono in ufficio. Fuori fa freddo. No, non freddo, fresco, ci sono diciotto gradi: dieci gradi in meno rispetto alla settimana scorsa. È buio per via del cielo coperto. È martedì, per cui c'è quasi tutta una settimana lavorativa da attraversare, trascinandomi a passo del giaguaro in un prodotto per assicuratori, fino al venerdì sera alle sei, alla libera uscita e allo ShagooShagoo Fest di Osoppo, al quale si presenzierà in una combinazione non ancora definita (Sara e io, molto probabilmente; e poi forse gli altri, non si sa).

Da un weekend all'altro, muoio e resuscito. Defungo all'incirca alle undici di sera della domenica, salvo impegni estemporanei; e risorgo quando l'orologio sul mio monitor passa dallle 17.59 alle 18.00. Allora raccatto le mie cose, casco, chiavi, guanti e giubbotto se è inverno, adios hermanos y hermanas, infilo la tromba delle scale e scappo respirando grandi boccate d'aria inquinata.
Libera.
Dal venerdì sera alla domenica è tutta un'ottimizzazione del weekend. Fare più cose possibile, vedere più gente possibile, restare sveglia più a lungo possibile e dormire il minimo consentito per non collassare. Fino alle undici di sera della domenica.
Repeat.
Credo, fortemente credo che sia ora di cambiare qualcosa.





Scritto da Giulia | 22:35 |
 

Il Giustiziere se n'è andato
(Questo post è per il mio babbo)

Papino, è morto Charles Bronson, e so che a te un pochino dispiace, anche se magari, apprendendo la notizia, avrai detto "meglio lui che io". Bronson è uno dei tuoi eroi, il che significa che ti addormentavi volentieri davanti ai suoi film, come davanti a quelli con Clint Eastwood e John Wayne, all'opera omnia di Sergio Leone e a qualsiasi western di qualsiasi fattura (tanto tu dormi). Non sapresti raccontarmi la trama di Il buono, il brutto e il cattivo per niente al mondo: dopo dieci minuti di qualsiasi film (ma tu guardi solo i western per principio), russi che i vetri tremano e i vicini si svegliano pensando a un raid aereo.

Non sapresti dirmi chi sia Mario Brega, ma Charles Bronson sì; perché dopo il western, il poliziesco degli anni '70 è senz'altro il tuo genere preferito. Forse ti ricorda gli anni in cui giravi con i basettoni, i pantaloni a zampa d'elefante e i Ray-Ban, eri un figone e io ero piccolissima, uno sgorbietto con gli occhi spalancati e la testa pelata che non dormiva mai.

Charles Bronson, quello con la faccia che sembrava gliel'avessero presa fra le porte dell'autobus, è di servizio nella Grande Centrale di Polizia del Cielo, dove a tempo debito lo raggiungeranno tutti i suoi colleghi della celluloide. Non era un giovanotto, aveva ottantun anni, e non si ricordava più di essere stato il Giustiziere della notte. Non si ricordava neanche di essere Charles Bronson.

È un pezzo della tua giovinezza che muore, che forse ti renderà un pochino più triste rispetto a quando è morto George Harrison, che era più o meno tuo coetaneo. Era un eroe. Era un grande sonnifero.

Riposi in pace. Stanotte ti farai una russata in suo onore?

 


Scritto da Giulia | 05:49 |