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giovedì, ottobre 30, 2003
Non ci possiamo trattenere
Avevo scritto un commento sulla "lettera aperta" (vorrei dire "sproloquio paramarxista" ma mi rendo conto di non avere tutti gli elementi) dei Gang a Max Casacci dei Subsonica apparsa sul Mucchio di questa settimana. Però poi ho letto l'intervento di Damir sul forum del Mucchio. Lui ci scrive regolarmente, non come me che faccio le ospitate, e ha più autorità di me per parlare. Con la sua benedizione, lo pubblico qui, con qualche taglio strategico.
(Quindi comportatevi bene, che abbiamo ospiti.)
Trovo veramente preoccupante una cosa. Qua nessuno si è accorto dello squallore della operazione dei fratelli Severini. Alla base di tutto il loro ragionamento sta una mistificazione (la frase evidenziata in rosso all'inizio dell'articolo: la citazione delle parole di Casacci è parziale, tendenziosamente parziale, colpevolmente parziale), e questa mistificazione è costruita a sua volta su un'altra mistificazione (lo scritto casacciano contrabbandato come lettera al Mucchio e per giunta semifirmato, una cosa che deontologicamente è pietosa). Non bastasse questo, il tono delle due pagine severiniane è intriso di un livore che è francamente incivile. Senza entrare nel merito, non mi riconosco in nessun modo nell'aggressiva strafottenza da loro sciorinata con tanta gioia e sicurezza. Tanto meno quando è usata per costruire un articolo su un giornale (ok, era un'opinione, un contributo alla discussione, eccetera eccetera... ma non mi basta come giustificazione). Mi sembra insomma tutto gratuito, e patetico. Molto gratuito, piuttosto patetico, discretamente fastidioso.
E tutto ciò, ripeto, senza nemmeno entrare nel merito del contendere.
Perché lì sì che si possono avere opinioni differenti, si può scegliere di abbracciare le motivazioni dei Gang o quelle dei Subsonica o quelle di Fra Cionfoli o nessuna delle tre. [...]
Io, indignato, lo sono.
Poi, mi passerà.
Qualcun altro ha letto la lettera? Vogliamo condividere?
Scritto da Giulia |
09:55 |
Convincetela voi
Raffa non vuole venire al mio compleanno a Milano per motivi del tutto futili. Datemi una mano.
Scritto da Giulia |
09:32 |
Grazie, o munifica
Mi è arrivato nella posta un pacchettino. Grazie, Zazie! Non potrò mai ricambiare adeguatamente, lo so.
Scritto da Giulia |
09:20 |
mercoledì, ottobre 29, 2003
What a girl wants, what a girl needs
Che mi tocca fare per campare. Sono due giorni che prendo appunti sul tema dell'assertività. Cuffie in testa, ascolto Virgin Radio (le stesse dieci canzoni tutto il giorno: I Believe in a Thing Called Love, Growing On Me e Friday Night dei Darkness, The Remedy di Jason Mraz che mi piace un casino e che si è sentita per pochi secondi nell'episodio di ER dell'altra sera - la ascoltava Carter in macchina - Find the Feeling e Dreaming of You dei Coral, Don't Steal Our Sun dei Thrills e Swing Swing degli All-American Rejects... quante sono? Ne mancano due? Metteteci anche Fortune Faded dei RHCP che però non mi piace e quell'insulto alla memoria e all'intelligenza collettiva che è Bad Day degli REM) e leggo di pensiero positivo, che plasma l'azione e quindi il risultato.
Sto subendo una metomorfosi lenta e inesorabile. Sto perdendo la capacità di mugugno.
Il materiale su cui sto lavorando mi interessa, per cui faccio meno fatica a concentrarmi per lunghi periodi di tempo. Piove, e anche se un po' mi secca perchè mi si arricciano i capelli e finisce che sembro Cher con una brutta permanente, subito penso che fa bene alle campagne e poi non piove tantissimo, via. Insomma, penso positivo.
Comincio a visualizzare me stessa in costumino da Wonder Woman (tutta colpa di Vanderbilt), o in alternativa in qualche altra mise che esprima tutta la mia puteeeenza (leggere come lo pronunciava Abatantuono quando faceva il "terrunciello"), che può andare dal tailleur rosso scarlatto con tacchi a spillo alla tuta di lattice in stile Trinity. Chissà perché per noi ragazze la rivoluzione inizia sempre dall'armadio. Mi vedo mentre mi aggiudico contratti di pubblicazione, spunto rubriche da tuttologa sui giornali femminili e perfino qualche maschile, il cui ordine precostituito e conservatore riesco a sovvertire con la mia graffiante prosa e i miei anni di lettura entusiastica dei pamphlet femministi di Salon, e siedo pacifica con le gambe sul tavolo a una riunione redazionale dove sono tutti uomini a parte me, dico un totale di tre cose in tutta la riunione e ogni volta che apro bocca tutti tacciono come davanti ad un tempo supplementare dei miracoli di Fatima.
Che vita strafiga. Io voglio! Io posso! Il pensiero plasma l'azione che conduce al risultato! Ho chiari i miei obiettivi! Sto per diventare una personalità pubblica!
"Perché, hai intenzione di uccidere qualcuno?" Fa Martina, dalla sua scrivania. Cazzo, pensavo ad alta voce. Sono in ufficio, Virgin Radio passa la canzone dei Darkness per la terza volta, piove, e prima o poi mi dovrò vedere quel CD che sono due giorni che rimando perché so che mi romperò le palle.
Uscendo dall'ufficio sono però ancora positiva, allora vado a cercare "Mucchio Selvaggio" per vedere il mio primo articolo stampato. L'edicola sotto l'ufficio non ce l'ha, e neanche quella davanti alla fermata dell'autobus con il giornalaio carino. E nemmeno l'edicolante sotto casa, che anzi sostiene che i periodici arrivano a Trieste con un paio di giorni di ritardo, per cui è meglio se provo domani. "Vivo nel culo del mondo, ecco cos'è!"
Ooooh, adesso mi sento meglio.
Quanti punti prendo per la citazione trash?
Scritto da Giulia |
08:58 |
martedì, ottobre 28, 2003
Sono in riunione
C'è una sola cosa che i dipendenti e collaboratori delle PMI operanti nel terziario e nella Gnu Economy temono più del precariato, della recessione e del Ministro del Welfare, ed è la riunione, questo istituto malefico che non manca di affliggere a turno ogni settore dell'azienda, con particolare predilezione per i reparti più tenerelli e tendenzialmente creativi, come il nostro gineceo. Stamattina, tutto l'ufficio progettazione è rimasto intrappolato per due ore in una terrificante riunione di stampo metodologico, della quale non posso ovviamente divulgare i particolari, ma presto capirete che è meglio per voi.
I primi tre quarti d'ora sei passabilmente sveglia. I capi parlano, l'interazione è più o meno al minimo, ma prendi appunti perché ci sono delle cose nuove che è il caso di ricordarsi, e poi ti sei ripromessa di migliorare in tutto, anche nell'efficienza lavorativa. Per cui prendi appunti e cerchi di contribuire con un apporto positivo e propositivo, come insegnano i manuali di assertività o quel che cazzo è.
Allo scadere dell'ora cominci a notare che la collega che meno ha a che vedere con l'attività di progettazione vera e propria sta facendo disegnini sul blocco per gli appunti. Le altre sono ancora abbastanza sveglie, ma tu cominci già a cercare di decidere cosa metterti questo weekend per uscire. Ti perdi svariati blocchi del monologo, ma conti sul fatto che il messaggio è abbastanza omogeneo e poi forse qualcuno farà un resoconto. (Il resoconto delle colleghe diligenti è sempre una salvezza per chi soffre di deficit dell'attenzione.)
All'ora e mezza cominci a notare tutti gli intercalare fastidiosi di chi parla. Normalmente non ci fai caso, ma adesso non riesci a distogliere l'attenzione dal fatto che continua a ripetere "cioè" ogni tre parole. Quel "cioè" è un buco nero che ingurgita il resto della frase. Senti solo quello. Un periodo fatto solo di "cioè".
All'ora e tre quarti, senti solo le congiunzioni e le preposizioni.
Allo scadere delle due ore, neanche il capo è più tanto lucido, è ora di pranzo e viene dato il via libera. Le progettiste fuggono dalla sala riunioni come canarini da una voliera lasciata aperta.
Scritto da Giulia |
10:19 |
Pubblicitààààà
Oggi è uscito il mio primo articolo su "Mucchio Selvaggio", un pezzo su Peaches. Siccome ormai sono una forza di mercato, dice Damir, provo a dirvelo. Si sa mai.
Scritto da Giulia |
10:18 |
lunedì, ottobre 27, 2003
Intubiamo!
Il post l'avrei intitolato "Libera!" se Labranca non mi avesse bruciata (beh, tipo due settimane fa). Ma forse "intubiamo" è più rappresentativo del tipo di nostalgia che, come amante dei serial televisivi, nutro per gli anni in cui ER non era ancora, per me che lo seguo dalla prima serie, del tutto prevedibile.
Ormai George Clooney non è più il dottor Ross, ma giuro che ero lì negli anni in cui lo era, e la sua storia d'amore tormentata con l'infermiera Hathaway animava le corsie e i salotti convertiti in camere da letto dei nostri appartamenti da studentesse. Noi eravamo già tutte innamorate del dottor Carter, ovviamente. Divinamente doppiato in italiano da Alessio Cigliano. Ai tempi la frattura era fra quelle innamorate del dottor Ross e quelle innamorate del dottor Carter, poi è arrivato dalla Croazia Luka Kovac e nessuno ha capito più niente, facevamo la hola davanti al televisore durante la sigla, nonostante le occhiate di disapprovazione dei fidanzati. (Lo stesso fidanzato, il mio, che quandohanno accoltellato Lucy, il suo personaggio preferito - un clone della sua attuale fidanzata, vedi un po': un presagio - e il canale è saltato sul più bello, si è avventato sul televisore urlando "Nooooo!!! Bastardo!!! Fammi vedere cosa succede!")
Ma eravamo già sulla curva discendente.
Un po' come quando guardavamo X-Files e sapevamo che dovevano morire almeno due personaggi prima che Mulder e Scully (più Mulder che Scully, che si limitava in generale a rallentare la conclusione) arrivassero a capire cosa stava succedendo: questo crepa, questo crepa, questo lo salvano per un pelo. E puntualmente il terzo lo prendevano per i capelli, e se l'episodio non era finito dava informazioni fondamentali per la soluzione del problema.
ER è uguale. Se ne arrivano due coinvolti nello stesso incidente, uno su due crepa. Le ragazzine graziose intorno ai quindici anni fanno sesso non protetto. Sempre. I bambini con qualche livido in generale le prendono da un membro della famiglia. Il caso comico ha sempre a che vedere col sesso. Almeno uno dei dottori dirà almeno una volta una variante di "stiamo facendo tutto il possibile" o "le abbiamo messo un tubo in gola per permetterle di respirare". Per non parlare di "ora del decesso" e dell'ubiquo "libera!", che non è "release!" ma "clear!", vale a dire togliete le mani dal paziente che mollo la scossa. (Fateci caso: al comando, tutti alzano le mani.) C'è l'assistente sociale che poi è Coco Hernandez di Saranno Famosi, si è salvata solo lei, e la signorina Grant che fa la coreografa per la cerimonia degli Oscar.
È che hanno fatto morire il dottor Greene, il dottor Benton è svanito nel nulla, è arrivata Abby Wyzinsky Lockhart a farci pensare che anche una a cui sta evidentemente andando in pezzi la faccia possa attirare i meglio dottori del pronto soccorso (grande Abby), se n'è andata Jeanie Boulet, e non in questo ordine.
Se n'è andata Carol Hathaway con le sue gemelline.
Poi è tornata Susan Lewis. E quando un personaggio se ne va e poi ritorna è segno che la serie è alla frutta, che si stanno aggrappando al glorioso passato in mancanza di un luminoso futuro.
Se non avete mai guardato ER prima, non cominciate ora, noi ormai siamo drogati e non c'è uscita dal tunnel se non la fine della serie. Guardatevi Scrubs. È quasi uguale. Ma emotivamente più realistico.
Scritto da Giulia |
11:12 |
Acciocché lo sappiate
Per qualche misteriosa ragione ignota allo scibile umano, sono finita fra i blog nominati per la categoria "Anonimi in ascesa" dei Clarence Weblog Awards. Ora, a parte che, come ha detto Achille, "Anonima sarà tua sorella", i fedelissimi sapranno cosa fare.
Gli altri, presumo, anche.
Scritto da Giulia |
02:07 |
domenica, ottobre 26, 2003
Nuovo avviso ai naviganti
Da oggi, per una serie di ragioni, non sarò molto presente durante il giorno. Voi fate pure come se foste a casa vostra, chiacchierate, buttatevela, corteggiatevi, l'importante è che non vi picchiate. Ignorate i troll, li cancellerò io con calma durante la pausa pranzo. Buona giornata a tutti!
Scritto da Giulia |
20:54 |
Procedura per il corretto svolgimento di una serata con i Fare $oldi
Step 1
Raccogliere l’invito del Gorillo e la sua gentile offerta di guidare lui fino a Tarcento per assistere al dj set dei Fare $oldi, nonché l’invito gentilmente esteso dal Gorillo alla sottoscritta di andare a degustare una micidiale pasta piccante a casa di Fulvio, “mente” dei DLH Posse. Estorcere al padrone di casa un CD del suddetto gruppo, e farsi fotografare con in mano una bottiglia di Cabernet.
Step 2
Con la panza piena di pasta, dirigersi verso Tarcento e relativa birreria in stile Bavaria circa 1600, mancante di procaci cameriere in dirndl ma ricca di teste di cervo impagliate e tarcentini infighettati e annoiatissimi che ti guardano come se fossi interamente vestito di ciniglia a pois viola.
Step 3
Ballare al suono del dj set degli Starsky & Hutch dell’elettronica alla Daft Punk/Chemical Brothers/Planet Funk; divertirsi mentre dietro le nostre spalle un gruppetto di tarcentini infighettati e annoiatissimi sta seduto intorno a un tavolo fissando il vuoto. Pensare che gli asciugamani color salmone con la scritta “Fare $oldi” ricamata sopra fanno molto boxeur e sono un’idea geniale. Contemplare l’idea di dire al Pasta che il suo taglio di capelli mi perplime. Abbandonare l’idea.
Vedere una coppia vestita in stile yin-yang, lei bionda camicia nera cravatta bianca calze e stivali neri, lui bruno camicia bianca cravatta nera pantaloni e scarpe neri; pensare che sono terrificanti. Vedere la Cameron Diaz de noantri e notare la sua aria da “quando so’ topa”. Non perdere tempo a invidiarla.
Step 4
Urlare “daghe de cassa!” all’indirizzo di Luka e Pasta. Scandalizzare le fighette.
Step 5
Implorare il Pasta di procurarmi una spilletta con Moira Orfei. Immaginare che, dopo che avrà letto il commento sul taglio di capelli, il meglio che riuscirò a rimediare sarà un “vaffanculo”.
Step 6
Tornare verso Trieste e infilarsi all’Iguana dopo avere convinto Lorenzo ad aprire la porta nonostante siano le due e mezza di notte e il locale sia buio e vuoto. Intavolare una conversazione con Lorenzo sullo stato della musica attuale.
Step 7
Dormire e svegliarsi con il mal di testa del secolo.
Scritto da Giulia |
06:59 |
sabato, ottobre 25, 2003
Ospiti d'onore
Mentre noi ce la sfrittelliamo in discorsi da ringraziamento per l'Oscar, su The Petunias è arrivato anche Paolo Virzì a difendere le sue scelte riguardo a Caterina va in città. Dico qui una cosa che per pudore non dico lì, perché è ora di basta che sia sempre io ad aprire i commenti con le mie puttanate: io il film lo andrò a vedere lo stesso, se non mi pesa troppo il culo (se non c'è Raffa che mi trascina, mi pesa sempre... e poi adesso ho lo scooter rotto... parcheggiare in città è impossibile... blah blah...) Ci andrò perchè mi piacciono le commedie e mi piacciono soprattutto le commedie firmate da Virzì. Perché Ovosodo mi ha fatto ridere e piangere e mi ha riempita di ottimismo, e non ho trovato triste il finale con Piero che se ne va in fabbrica, perché Piero appare felice, e dire che uno deve essere infelice perché va in fabbrica mentre l'amico figliodipapà va in America è molto più snob che l'atto stesso di far andare il proletario in fabbrica e il riccone in America. Alla fine di Ovosodo, Piero ha una moglie che ovviamente lo adora e una figlia, dei colleghi con cui ridere, e tutto sommato se la passa bene. Alla fine la vita è tutta lì, essere felici con quello che si ha, dire "grazie", ogni tanto, e fare del proprio meglio. Piero ha fatto del suo meglio e le cose gli vanno abbastanza bene. E su quello che non va bene trova da fare dell'ironia ("... la hit parade della scarogna...", sto ancora ridendo).
Per dire che un film è un film è un film, a volte è ideologicamente bieco e allora mandi affanculo regista e sceneggiatore, e altre volte, semplicemente, somiglia alla vita: a volte va bene, a volte va male, e il lieto fine è temporaneo, come il triste finale.
(A vedere il film di Bertolucci in compenso non ci vado, non per Bertolucci ovviamente, ma perché aspetto che Michael Pitt perda quell'aria da cherubino torbido che in Hedwig and the Angry Inch andava benissimo, ma che adesso mi ha frollato i maroni.)
Scritto da Giulia |
00:15 |
venerdì, ottobre 24, 2003
La Giulia consiglia (rubrica saltuaria)
Mi ha scritto oggi Crixtian. Anche lui, come la Maury, illustra la sua vita in piccole vignette. Spassoso!
Lusinga il mio ego invece Vandalo:
Vabbè, mi vergogno un po' a dirlo.
(n.b. Ho scritto [po'] e non [pò] per non esacerbare Giulia "Sonic", che sul suo blog se la prende con gli errori di grammatica ed ortografia. In realtà, causa pigrizia, preferisco scrivere [pò], che mi permette di risparmiare la pigiatura di un tasto in più ogni volta. Cmq nn è il caso d prendersela x qesto! + o - a tutti capita d fare errori, IMHO, naturalmente!).
In realtà vi segnalo l'estratto perché il post, sebbene un filino raccapricciante, è veramente comico. (Ah, Vandalo da Lambrate: sappiate, messere, che non riesco a generare il feed RSS del Vostro blog.)
Scritto da Giulia |
23:41 |
Don't get sentimental, it always ends up drivel
Lo so che violo troppo spesso la regola di non parlare di blog nel blog, ma c'è una cosa che mi ha toccato molto. Ho fatto, come d'abitudine, un giro fra i referrer segnalati da Shinystat, per vedere da dove arrivano le persone che mi visitano. E sempre più spesso trovo che c'è chi ha messo il mio blog fra i link, persone che non "conosco", nemmeno nella blogosfera dove il verbo assume sfumature diverse. La cosa ovviamente mi fa piacere, ma quello che mi commuove è che tante di queste persone mi linkano come "Giulia", fine, nient'altro, come una vecchia amica, una che si va a trovare tutti i giorni, che neanche serve identificarla con il nome del blog o il cognome o che so io. Giulia e basta. Assimilata silenziosamente nella vita online di persone che, senza Shinystat, non avrei mai trovato.
Niente, volevo solo dire grazie. A prescindere dalla forma che ha il link, che sia il titolo del blog o solo il mio nome, non ha importanza. Vorrei avere il tempo di leggere tutti, passare da tutti per ringraziare, ma il tempo non c'è e quindi lo faccio qui.
Grazie.
Scritto da Giulia |
09:46 |
giovedì, ottobre 23, 2003
Se non ne parlo non sono à la page (e io ci tengo! Tantissimo!)
Non me ne frega niente dell'opinione della Soncini. No, seriously. Liberissima di pensare che tutti noi (massa confusa e indistinta, quarto stato della tastiera) ci stiamo perdendo delle cose meravigliose come fare la calza o scalare l'Everest senza bombole di ossigeno, cosa che consiglio vivamente di fare anche a lei se no non avrà vissuto pienamente. Liberissima lei di berciare come noi di non cagarcela minimamente. Ho portato pazienza un po', sperando che la congrega dei blogger abbassasse le piume arruffate, adesso però mi tocca dirvelo, ragazzi basta, scusate ma chi se ne frega. OK, Guia Soncini pensa che siamo dei segaioli. Bene. Brava. Applauso. Sì, vero, lei è più brava di noi e la pagano anche. Figòn, si dice qui, con la "o" aperta (la redazione di Beccati il tipo! lo pronuncia con la "o chiusa", ma è la stessa cosa). Anzi figononòn, se andiamo a Monfalcone. Ci fa piacere. È bellissimo. Siamo contenti per lei, vero ragazzi? Vero?
Qualcuno di noi domani smetterà di fare quello che ha sempre fatto perché gliel'ha detto Guia Soncini? E lei smetterà di fare quello che ha sempre fatto perché qualcuno si è incazzato? Ne dubito.
Per cui, con tutto il rispetto dovuto a chi esprime un'opinione, per quanto sgarbata e violenta, ABBASTA e torniamocene un po' a farci gli affari nostri. La mamma non vi ha spiegato che il bulletto dell'asilo, se lo ignori, dopo un po' si stufa e se ne va?
Oooh.
Scritto da Giulia |
11:24 |
Il post stronzo che ogni tanto tocca mettere se no perdo l'allenamento
Io discrimino.
Sì, ho dei pregiudizi. La mia lista, a voler andare a fondo, è molto lunga. Si potrebbe dire che, più che discriminare, io "detesti", ma la verità è che ci sono dei tipi umani che mi provocano un arrizzamento della peluria delle braccia (la poca che ho) e un brivido di raccapriccio alla base della nuca.
Per esempio (sarò senile prima di smettere di ripeterlo) discrimino quelli che usano l'ortografia economica. Anche quando la usano negli SMS. Se mi arriva un SMS con dentro un "perkè", non dico che mi incazzo, ma mi passa la voglia di rispondere. Sono di quelle che scrivono "comunque" per intero. Sempre. Discrimino anche (ma meno: ci sto facendo l'abitudine, altrimenti non mi passa) quelli che "pò" e "si" e "quì" e "quà" e "fà", perché porcocazzo, se già alle elementari eri distratto e non ti ricordi che su qui e qua l'accento non va e che po' si scrive con l'apostrofo, dovevi giocare meno con i Pokémon o quello che c'era quando eri piccolo tu, mentre la maestra spiegava. I refusi possono scappare, ma l'ortografia sistematicamente vergognosa mi dice che non leggi mai. Mai. Niente.
Discrimino quelli che leggono un libro all'anno, e quel libro è Tutte le barzellette di Totti. Discrimino anche quelli che leggono solo i libri di Zelig. Li considero moralmente responsabili della crisi dell'editoria italiana.
Discrimino quelli che guardano Buona Domenica e cantano davanti al televisore (e fra questi ci sono dei parenti stretti).
Discrimino quelli che c'hanno la statua di Padre Pio, il santino di Padre Pio, il numero di "Gente" e di "Oggi" con l'ennesima storia su Padre Pio e a messa non ci vanno mai. Padre Pio è un santo cattolico. Non un cornetto scacciasfiga. Vergognati.
Discrimino quelli che usano "frocio" o "mongoloide" come insulto. Quelli veramente mi fanno venire voglia di prenderli a schiaffi, altro che discriminazione.
Discrimino quelli che "Miss Italia è un cesso".
Discrimino quelli che danno della "troia" o della "zoccola" o del "puttanone" a una donna. Qualunque donna. Con qualunque abbigliamento.
Discrimino quelli che "la scuola non serve a un cazzo, la vera scuola è la vita": ciccio, io non mi faccio curare da un medico che è andato alla "scuola della vita", chiamami tradizionalista ma voglio un medico che sia andato all'Università e abbia la sua brava specializzazione anche non appesa al muro. E scommetto che anche tu preferisci che il ponte che attraversi ogni mattina per andare a lavorare e ogni sera per tornare a casa sia stato costruito da un ingegnere laureato in ingegneria, e non da uno che da piccolo era bravo col Meccano.
Così. Per dirne un po'.
Scritto da Giulia |
09:55 |
mercoledì, ottobre 22, 2003
Forza Christina
La notizia del giorno, qui a Trieste, è che Christina Sponza, candidata per il posto che fu di Riccardo Illy, fino a due anni fa era un uomo. Lo strillo dell'articolo di Dagospia, che ho qui riportato, è sintomatico della reazione generale del pubblico alla notizia. Risatine, battute, vignette in cui gli altri due candidati (Codarin e Rosato) vengono presentati vestiti da donna con sotto la scritta "Par Condicio" (fate pure i commenti del caso).
Ora, a parte il fatto che non credo che Christina Sponza sia mai stata un uomo, se non biologicamente, in tutta la sua vita, ancora una volta il Belpaese tira fuori la sua anima provincialotta, comportandosi come se Ms Sponza, invece di essere una candidata alla Camera dei Deputati il contenuto delle cui mutande dovrebbe essere irrilevante rispetto alla sua performance come politico, fosse la misteriosa moglie di qualcuno che fino a quel punto era all'oscuro del suo segreto. (Oh balle, non sarebbe giustificato lo stesso.) Poco tempo fa, su "Il Piccolo" campeggiava un sostanzioso articolo dedicato a Jan Morris, scrittrice inglese trapiantata in Italia e innamorata di Trieste, anche lei un uomo nella versione originale. Nel caso della Morris, ormai un'anziana signora dal sorriso soave, il suo cambiamento di sesso rappresenta per il pubblico un'affascinante eccentricità. Come scrittrice, e come donna anziana, è doppiamente giustificata: gli scrittori sono artisti e quindi strani (primo pregiudizio) e le signore anziane non sono sessualmente attive (secondo pregiudizio: chiedetelo a Jane Juska).
Christina Sponza ha trentadue anni ed è pure una bella ragazza, magari un po' forte di mascella, ma con un bel portamento e una statura non insolita per una "mula". Se fosse in possesso dei due famosi cromosomi x, Ms Sponza sarebbe ora a turno invitata a rilasciare interviste in cui dichiara che "la famiglia e la maternità vengono al primo posto", costretta dalle leggi del mercato a farsi fotografare con i figli, ricoperta di untuosi complimenti dai colleghi in versione xy ma senza tette, e massacrata dalle colleghe, anche dalle compagne di partito. Passerebbe molto del suo tempo a imbrigliare le sue attrattive sessuali entro i cordoni del Sacro Vincolo del Matrimonio e del sesso finalizzato alla riproduzione.
Invece Ms Sponza, salvo miracoli di varia natura, non sarà mai madre biologica. E da lei si ritraggono con orrore quelli che erano già pronti a fare tutto quanto sopra, a chiamarla "bella e brava", a portarla in palmo di mano o a trattarla con condiscendenza solo perché donna. Non sanno come diavolo prenderla.
E lei, invece di approfittare di questo spiazzamento per affermarsi per le qualità pure (posto che ne abbia: come candidata non la conosco affatto) commette l'errore più plateale: chiama in suo soccorso Platinette. No, no, no. Mossa sbagliata. Voglio dire, in un mondo perfetto Platinette sarebbe solo un personaggio televisivo di caustica ironia e garbato (quando vuole) savoir-faire. In questo mondo imperfetto, Platinette è una drag queen, impersona l'anormale, il clownesco, l'irriverente. Non è adatta per sponsorizzare un candidato alla Camera. Meno che mai un candidato che abbia cambiato sesso e che quindi già si esponga per sua natura (o percepita manipolazione della stessa) agli sfottò della stampa più beghina e dei rivali di entrambi i sessi e di tutti i colori politici.
È una mezza tragedia, in realtà: l'unica cosa che so degli avversari politici di Christina Sponza è l'opinione che ha di Renzo Codarin una mia collega bene informata e della quale ho motivo di fidarmi. Che suona più o meno così: "Codarin xè cussì mona che se i lo manda a Roma el sbaia e finissi a Napoli."
Ettore Rosato non è pervenuto.
Per dire.
Forza Christina.
Scritto da Giulia |
10:25 |
martedì, ottobre 21, 2003
Un Blogger x Me Se...

(L'immagine è di Grandam, ovviamente.)
Doveva nascere! e per ora è stato concepito: il calendario della blogosfera. Tra le fila degli organizzatori non allignano blogstar (siamo semplicemente Grandam, Sasaki e io) né stragnocche, almeno che si sappia.
L'arte di Grandam è ormai arcinota, dategli Photoshop e il ragazzo sarà in grado di provare che vostra moglie non era presente il giorno del vostro matrimonio. L'idea è di fare un calendario in due versioni, .pdf scaricabile e stampabile per chi il calendario lo vuole appendere al muro, e sfondi per il desktop per chi preferisce invece andare sul digitale. Il tutto illustrato dalle vostre belle faccione. Sì, sì, le vostre. Voi scegliete il tema della vostra foto: come siete, come vorreste essere, come vedete il vostro blog o il vostro PC. Voi fate la foto. Voi ce la mandate (a me, a Grandam, a Sasaki). Noi scegliamo quelle che ci piacciono di più. Voi, nel frattempo, andate nel blog di Grandam e lasciate nei commenti il mese che vi piacerebbe rappresentare e come.
Per ora abbiamo diverse ammucchiate (tutti vogliono essere fotografati per il mese del loro compleanno, per cui a novembre siamo in tre in un letto... vedete voi). Il calendario è unisex, bimbi e bimbe, vige la par condicio e ce ne fottiamo se avete la cellulite o le maniglie dell'amore o siete secchi come ragni, anzi ci piacete di più. Vestiti, in costume, ignudi, in calzini, vestiti da vigile urbano o da Tarzan, come preferite. L'importante è che la foto vi rappresenti.
Al resto ci pensiamo noi: la giuria e il Photoshop.
Scritto da Giulia |
10:53 |
lunedì, ottobre 20, 2003
Cerco marito (anzi, no)
Ne hanno già parlato praticamente tutti, per cui non sto a fare una questione di merito del libro di Rachel Greenwald intitolato Find a Husband After 35 Using What I Learned at Harvard Business School. Potete benissimo immaginarvi cosa ne penso e in quali termini. Ma supponiamo per un momento che Ms Greenwald non abbia scritto la solita montagna di cazzate destinate alle overachiever americane fissate con la completezza e l’appropriatezza sociale e magari anche un bel po’ obese e con le gambe a “x” (esemplare molto diffuso in America), quelle che comprano ossessivamente i manuali di auto-aiuto congratulandosi con se stesse per la loro buona volontà e voglia di prendere in mano la loro vita, anche quando è già il decimo manuale di auto-aiuto che prendono in mano e sono sempre obese, con le gambe storte e fissate con il matrimonio.
Supponiamo che la strategia di Ms Greenwald abbia una sua validità e che io decidessi di applicarla. I requisiti ce li ho quasi tutti: di anni ne ho un po’ meno di trentacinque, ma la soglia della disperazione, in Italia, è più bassa che in America, per cui diciamo che vado bene per gli standard locali.
Gli step da affrontare sono quindici, ma mi soffermerò sui più significativi se no facciamo notte.
Marketing Focus: stai veramente cercando marito? “No.” “E che cazzo lo fai a fare, allora?” (sbuffando) “Bòn, facciamo finta di sì, allora.”
Marketing Support: trova un amico che ti aiuti nell’impresa Io: “Mi piace uno.” Damir: “Com’è?” Io: “(Descrizione).” Damir: “È un deficiente.” Io: “Ma come fai a dirlo?” Damir: “Si capisce. Solo tu non capisci gli uomini.”
Io: “Mi sono innamorata.” Damir: “È un deficiente.” Io: “Uff.”
Io (in lacrime): “Avevi ragione!” Damir: “Te l’avevo detto.”
Marketing Support 2: cambia amico che ti aiuti nell’impresa Io: “Raffa, mi piace uno.” Raffa: “Non fare come al solito che poi ti innamori e piangi.” Io: “Dai, dimmi cosa ne pensi.” Raffa: “Secondo me è un deficiente.”
Telemarketing: chiama tutti i numeri di telefono sulla tua agendina e chiedi loro di combinarti incontri Mia zia: “Pronto, zia Lu, conosci qualche uomo da presentarmi?” “Eh? Oh, ci sarebbe l’elettricista che è venuto qui a metterci a posto i cavi, tanto carino… però ha fatto la terza media e non sa l’italiano, va bene lo stesso?”
Mia nonna: “Pronto, nonna, conosci qualche uomo da presentarmi?” (Mia nonna sviene.)
Mia sorella: “Fra, conosci qualche uomo da presentarmi?” “Perché, sei così disperata? Non ti puoi arrangiare?” “OK, grazie.”
Damir: “Vecchio, smettila di menarmela e presentami qualche amico.” “Ma io ho solo amiche femmine.”
Raffa: “Ra, presentami qualche uomo papabile.” “HAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA!!!”
Raccogli il feedback: chiedi ai tuoi ex che cosa non andava in te "Renzo, senti, perché ci siamo lasciati? È colpa mia? Si sarebbe potuto evitare?” “No, tu sei favolosa, ma io volevo trombare anche con altre donne e tu non eri d’accordo.”
Marketing focus 2: che cazzo stai facendo? “Non lo so.” “Vestiti e esci.” “Meglio, va’.”
Scritto da Giulia |
10:16 |
domenica, ottobre 19, 2003
Quindiciannifa
"Guarda, è arrivato Davide" dice Annapaola, e io guardo più o meno ad altezza metroesessantacinque-metroesettanta in cerca del primo Davide che mi viene da associare ad Annapaola, vale a dire Davide Toffolo. Poi alzo lo sguardo per sbaglio e capisco di che Davide sta parlando.
Non ci vediamo da quindici anni e siamo un po' invecchiati, per cui ci vuole un momento per riconoscerci: lui era quello che a sedici anni tutte si volevano limonare. Io ero quella che a sedici anni nessuno si sarebbe limonato neanche pena gravissime torture. Mi sa che è la prima volta che ci parliamo senza che uno dei due stia crepando dall'imbarazzo di farsi vedere con la sfigata del paese. Mi chiede se studio. "No," dico io "lavoro, mi sono laureata quattro anni fa. Fai due conti..." "Perché, abbiamo la stessa età, io e te?" "Beh, sì. Siamo andati anche a una cena di 'classe' insieme." "Non è che ci conoscessimo molto."
No, non ci conoscevamo per niente, nonostante tu sia stato a un certo punto con la mia "migliore amica", nonostante frequentassimo le stesse persone, gli stessi giri, gli stessi posti, in un paesino come Casarsa dove tutti conoscono tutti. Non ti ricordi di me perché ero Visitors, l'invisibile.
Poi la serata passa, ballo in mezzo a cinquanta mod tutti in divisa d'ordinanza sixties a una festa sixties dove però non mettono i Kinks. I Kinks sono troppo sexy per le feste mod. In Your Really Got Me si sente il taglio nell'amplificatore della chitarra, la canzone suona sporca, non elegante come i pezzi Motown che girano tutta la sera. Tutto molto stylish. Tutto molto asessuato. Ragazze in minigonna a disegni geometrici e stivaletti. Tagli a frangetta. Fred Perry. The Italian Job versione originale proiettato sullo sfondo. È una tribù che balla e si compiace dei suoi simboli.
Quando me ne vado saluto Davide, che è davanti alla porta. "Oh, alla prossima, speriamo di vederci con più calma!" Frase di circostanza che non vuol dire un cacchio, difficile che ci rivediamo se non per caso: ma se penso che quindici anni fa non gli sarebbe uscita dalla bocca neanche per sbaglio, direi punto, set e match per me. E poi dicono che i sedici anni sono l'età più bella.
Adios.
Scritto da Giulia |
08:13 |
sabato, ottobre 18, 2003
Un buon motivo per avere un amante
È morto Manuel Vàzquez Montalbàn. Di tutti i suoi libri ne ho letto solo uno: per un compleanno, qualcuno dei miei amici, ricordandosi quanto io amassi la cucina ed avessi esaltato Afrodita di Isabel Allende, mi ha regalato Ricette Immorali, il fratello perduto di Afrodita, il suo compare maschio. Un libro di ricette, appunto, ma ricette letterarie, ricette immorali perché goduriose, e in molti casi ricette da letto.
Avere un fidanzato inappetente e poco tempo non aiuta la sperimentazione. Il libro è lì: di tutte le sue ricette, è indicativo che io abbia assimilato solo i semplicissimi "Spaghetti alla checca arrabbiata", che poi era una ricetta di Tognazzi. Il libro è lì e il suo creatore non c'è più. Mi piacerebbe poterlo commemorare nel modo migliore, cucinando per un amante allegro e buongustaio, ma al momento non è possibile. Chiunque altro ce l'abbia in casa e sia provvisto anche dell'altro ingrediente fondamentale, può prenderlo come suggerimento.
Scritto da Giulia |
09:45 |
Troll alert
Se decidete di fare tribuna politica qui dentro, fate pure: ma firmatevi, oppure io vi cancello.
Scritto da Giulia |
08:21 |
Ho paura di Patrizia De Blanck
Non dovrei essere a casa il venerdì sera, ma ieri ero proprio stanca, stanchissima, e poi non mi sono ancora abituata al freddo tagliente dell'inverno, all'idea di uscire di casa, esponendomi alla bora, e poi cercare per venti minuti un parcheggio, perché vivo dall'altra parte del mondo e il mio scooter si è suicidato una settimana fa. Insomma, sono rimasta a casa a fare zapping fra Il primo cavaliere (fuffa), CSI Miami (era meglio CSI) e L'isola del famosi (per pura devozione a Selvaggia).
Quest'ultimo programma è, in una parola, inguardabile. A renderlo tale non è la premessa, quanto la conduttrice. La Ventura, mi dispiace dirlo perché in altri tempi mi è piaciuta, è insostenibile. Tutti gli intervenuti alla "sua" trasmissione sono martiri alla sua mercé: perfino Pinketts, che nella prima puntata ha sparato ogni sorta di facezia, sembra averne le palle strapiene. La Venturi ha l'aria di chi vorrebbe andarsene a casa a fare lo stracotto.
L'unica temibile Corazzata Potemkin è lei, la titanica Patrizia De Blanck, una donna così tosta che secondo me, quando va dal chirurgo plastico, si fa fare l'operazione a vivo con uno straccio fra i denti, per controllare che non le sbagli il lifting. Lo sguardo a fessura, il naso aguzzo, la cofana di capelli. Dal mio lettino triestino, la guardo e la temo. Mi fa paura. Hanno ragione a chiamarla "straordinaria", "formidabile", perché se quelle come lei fossero all'ordine del giorno, il mondo sarebbe un posto terribile. Ha l'aria di una che ha superato di tutto, calpestato cadaveri, cannoneggiato rivali e sbaragliato la concorrenza più agguerrita: e ora regna, terrificante, sulla vita di una figlia che è l'esatto opposto di lei. Si fa presto a dire "è tutto finto": Giada Drommi De Blanck non ha gli strumenti per fingere, glielo vedi negli occhi, è una bambina gioconda che laggiù, sull'isola, non teme nulla. Cosa vuoi che siano un po' di fame e quattro zanzare in confronto alla convivenza con la tiranna che la vuole fatta a sua immagine e somiglianza?
Ieri sera, quando Selvaggia le ha detto "Patrizia, lasciala in pace", la contessa De Blanck ha stretto gli occhi, li ha stretti ancora di più. Se fossi in Selvaggia, assumerei un assaggiatore.
Nota: siccome mi sono addormentata, non so chi abbiano eliminato, e in rete non sono riuscita a scoprirlo. Mi auguro che non sia Giada. Me lo auguro per Giada.
Scritto da Giulia |
02:13 |
giovedì, ottobre 16, 2003
Oh, grow up!
Sono ricominciate le nuove puntate di Friends, ovviamente a un orario da nictalopi, si presume acciocché (ma quanto mi piace 'sto avverbio, ultimamente?) le giovani menti dei telespettatori della fascia protetta non siano portati alla deboscia da Rachel madre single, dal padre transessuale di Chandler, da Phoebe che si trastulla con l'occulto, da Chandler e Ross che sono due pirla, da Joey che, contrariamente alle leggi sulla selezione naturale, riesce ancora a sopravvivere a New York nonostante sia un deficiente, e da Monica, che se Chandler l'ammazzasse sarebbe legittima difesa.
Una volta mi piaceva, Friends: mi divertivano le storie dei sei amici i quali, nonostante l'assenza di lavori ben retribuiti (nell'ordine dei fantastilioni, per intenderci), sembravano essere perfettamente in grado di vivere nella zona di Central Park. Dove vive anche Woody Allen, per intenderci, che non è proprio quello che si direbbe "indigente". Mi piaceva perché i personaggi erano ancora nei limiti del credibile, facevano cose da tardo-ventenni in cui i mezzo- e tardo- ventenni come me si potevano al limite identificare.
Poi. Ross viene mollato dalla moglie lesbica incinta di lui. Ross si mette con Rachel. Rachel molla Ross Ross si rimette con Rachel. In questa cazzo di storia non succede altro che Ross e Rachel. Monica tromba con Tom Selleck, che è chiaramente l'uomo della sua vita. E lo molla. Phoebe non tromba mai. Joey gigioneggia e si rende inutile. Phoebe partorisce tre gemelli per soddisfare il desiderio di maternità di suo fratello ventenne e della cognata in menopausa, poi torna immediatamente a bere cappuccino al Central Perk e dei bambini non c'è più traccia. Ross si fidanza con tale Emily, e sul più bello della cerimonia riesce a dire "Io Ross, prendo te Rachel..." mandando affanculo il suo secondo matrimonio. Monica tromba con Chandler. Ross sposa Rachel ma sono sbronzi e quindi divorziano (e tre: grande Ross). Monica sposa Chandler. Rachel si fa mettere incinta da Ross. E siamo già ai trenta e passa anni, e alla frutta.
Adesso mi rompe, Friends. Non solo non mi fa ridere, ma a volte mi irrita proprio. Vedere Rachel che (già magrissima subito dopo avere partorito, ha ha ha!) sbatacchia la figlia neonata per farla smettere di piangere senza pensare che se un bambino piange è perché ha una necessità, ha caldo, freddo, mal di pancia, si sente solo, ha fame, non piange sicuramente per rompere le palle, e lei si lamenta, si lamenta si lamenta: ecco, non le sopporto, queste cose. Hai trent'anni, trentuno, quanti ne hai. Hai voluto un figlio? Bene, adesso CURATENE, cretina. Pensavi che avresti partorito una creatura con il silenziatore?
E lasciamo perdere Ross e Joey, va'. Anche lì, la trentina è simbolica. L'età mentale è di dodici anni.
Basta, Friends non regge più, la premessa è andata a gambe all'aria, i personaggi non sono più buffi, non fanno più ridere. Basta. Pietà. Sopprimeteli.
Scritto da Giulia |
22:31 |
Name that tune
Diamond and Guns dei Transplants è stata venduta alla Garnier. Friends of P dei Rentals se l'è accattata la Heineken (io ho il singolo dal lontano 1996: trovato in Olanda dopo averli visti come supporto ai Blur). Mah.
Scritto da Giulia |
12:14 |
Ormoni
Hugh Jackman in X-Men.
Scritto da Giulia |
12:10 |
I miei pensieri oggi non sono un granché
Andate a dare ragione a Lupus, per favore. Lui almeno ha qualcosa da dire, anche se non è una cosa che faccia piacere.
Scritto da Giulia |
10:39 |
Piumone e cappellino
Io dormo qui. La mia camera da letto è stata arredata dall'affittuaria precedente, proprietaria, a quanto mi dicono, di un sexy shop. Da cui, presumo, il letto nero imbottito fronteggiato dalla specchiera dell'armadio, nella quale mi vedo riflessa ogni santa mattina che Dio manda sulla Terra, e non è sempre questa gran visione. (Anzi. Non è mai questa gran visione.) Ci dormo rotolandomi da una parte all'altra, partendo generalmente dal lato sinistro (quello del televisore) fino al destro (quello dello stereo che mi sveglia la mattina). Dormire con me pare sia un'esperienza tormentosa, perché mi rigiro continuamente, parlo e finisco sempre con le ginocchia nella schiena del compagno di letto. A questa regola fa eccezione Martin, che dormiva sul bordo estremo del materasso; di notte mi svegliavo e lo cercavo con un piede, per sentire se c'era.
A volte non c'era.
Qui fa freddone, ragazzi. Non freddino, freddone, infatti come potete vedere ho già implementato il piumone e la copertina trapuntata fatta da mammà. Giro con i guanti, so che devo dissotterrare il mio berrettino da pusher, anzi, lo dissotterro subito e ve lo mostro, così capite come giro conciata quando la temperatura scende. Eccolo. Mio padre imputa a questo cappellino la colpa di qualsiasi mio problema, dalla cellulite al conto in rosso.
Oggi sono tanto stanca. Scrubs mi sembra un buon modo per terminare la giornata.
Scritto da Giulia |
09:58 |
mercoledì, ottobre 15, 2003
Rockenroll

Quelli nella foto sono quasi i Sofà: quasi nel senso che mancava Andrea, il chitarrista acustico, ma c'erano (da sinistra a destra) Matteo, Giulia, Efrem, Enrico e Stefano. Correva l'anno 1997, era luglio, faceva un caldo becco (come testimonia la scarsità del mio vestiario) e noi stavamo incidendo il nostro primo e ultimo demo. Chiusi in una fetida sala prove a poca distanza da dove io vivo adesso, abbiamo litigato, sudato, chiacchierato, suonato, cantato e mangiato pizza margherita per un'intera giornata, tutto per incidere quattro canzoni delle quattordici che sarebbero state il nostro repertorio quando Enrico e Matteo si sono assunti l'ingrato compito di cacciarmi dal gruppo perché cantavo male e stavo troppo con il mio fidanzato.
Non posso credere che siano già passati sette anni. Il fidanzato di allora non è più fidanzato con me. Matteo, Efrem e Enrico si sono tutti strafidanzati (Stefano lo era già allora). Non esiste virtualmente più neanche il gruppo creato dalle ceneri dei Sofà, gli Alias. Da un anno imploro Matteo di liberare il CD del loro album mai pubblicato dal suo caricatore CD rotto, perché voglio capire, voglio sentire. Conosco solo una delle loro canzoni, Stella, l'ho sentita suonare dal gruppo di Enrico, i Breakfast, che non sarebbero proprio un gruppo ma un "progetto", ma lasciamo perdere le definizioni pompose perché dei Breakfast s'avrà da parlare in un altro momento. Io amo Stella. Vado volentieri a sentire i Breakfast, ma aspetto Stella, la aspetto sempre, anche se lo sguardo negli occhi di Matteo quando gli viene dedicata fa un po' male.
Quello che conta ora è la memoria di quegli anni spaventosi e formidabili in cui ho imparato ad essere ragazza in un mondo di ragazzi, e ho imparato cosa vuol dire, ho vissuto il rockenroll, l'ho amato e abbandonato, o forse lui ha abbandonato me per un po', ma insomma quando ho smesso di comporre canzoni ho ricominciato a scrivere, e tre anni dopo è nato Deadsexy, lunga gestazione, figlio tanto amato.
Adesso facciamo tutti mestieri diversi dalla musica, tranne Enrico che ha proseguito, testardo, con la determinazione che adesso riconosco in me per la scrittura. Lui è stato chiamato, lui ci crede, lui ha una laurea da 110 e lode in Scienze Politiche ma la sua vocazione non sono le 35 ore settimanali, sono le corde della sua chitarra.
Qualche sera fa ci siamo ritrovati, c'eravamo quasi tutti: mancavano solo Andrea e Enrico, persi chissà dove. E ci è venuta un po' di nostalgia.
A noi, ragazzi; e al rockenroll.
Scritto da Giulia |
10:18 |
Avviso ai naviganti
Ho l'impressione che Splinder oggi abbia un po' di problemi (plus ça change...) Ho mandato un messaggio alla redazione, speriamo che serva a qualcosa.
Scritto da Giulia |
03:06 |
martedì, ottobre 14, 2003
No, no, no
Uomini, ribellatevi. Per favore. Date segni di vita. Non lasciate che vi si tratti così, come neonati, automobili, cani da passeggio. Non è normale. Non è sano. Non fa ridere.
Scritto da Giulia |
23:07 |
E se ci credi
Nella famiglia di mia madre si fa fatica a mantenere la stessa religione per più di due generazioni di fila. La mia bisnonna, nata cattolica, si converte alla religione valdese per sposare il mio bisnonno, emigrato in America e protestante come il padre, il “nòno Lenàrd”.
I miei bisnonni, Erminia e Giovanni, vivevano in due continenti diversi. Il bisnonno era emigrato in America, dove faceva il costruttore insieme al padre, facendosi passare per irlandese grazie al cognome di origine veneta, Menegon (provate a leggerlo in americano e con l’accento sulla prima “e”, e capirete cosa intendo). La moglie, una biondina graziosissima alta sì e no un metro e quaranta, era in Italia. Ogni sei mesi, Gjovanìn si faceva prendere dal mal d’amòr, si metteva sulla nave, piombava a Tramonti di Sopra, metteva incinta la moglie, e ripartiva. Una volta ogni due anni circa, per un totale di sei figli. La bisnonna, prudentemente, aspetta fino alla fine dei suoi anni fertili per raggiungere il marito.
“Erminia, perché non è andata in America con Giovanni?”
“Perché stando in Italia ne ho fatti sei. Se ci andavo me ne faceva fare dodici.” (Libera traduzione dall’originale tramontino.)
Passano gli anni, i suoi sei figli, uno più uno meno, crescono e si sposano. I più sposano membri della locale comunità valdese; mia nonna, venticinquenne, fila con mio nonno, cattolico, anche lui figlio di emigranti e nato in Francia, cinque anni meno di lei. Ultima figlia nubile, le viene ingiunto di sposarsi o partire per l’America con la madre e i fratelli minori.
Mia nonna si converte prontamente al cattolicesimo, sposa mio nonno alla lesta e un anno dopo fa la sua comparsa mia madre. La chiamano Liliana; le altre due le battezzano in rima, Luciana e Giuliana, aspettando un maschio che mia nonna avrebbe tanto voluto, ma che non è mai arrivato. In compenso hanno tre femmine radicalmente diverse fra loro, la magra nervosa iperattiva, la dolce cicciotta paurosa e la graziosa, furba e simpaticissima bionda-rossiccia. (Indovinate di quale delle tre sono figlia io.)
Si decide che le bambine verranno allevate da cattoliche, anche perché a Tramonti di Sotto, dove si sono stabiliti i miei nonni, la chiesa valdese non c’è. E fra i due comuni non tira buona aria, per via del tipico campanilismo dei posti piccoli e nascosti sul fondo di una valle. Così la religione nominale della famiglia arriva fino a me e a mia sorella, ma non è difficile capire come nessuno, ad eccezione della pia madre di mio nonno, si sia mai occupato troppo di farci crescere nell’ortodossia. Battesimo, comunione, cresima come a tutti nei paesi piccoli, riti di passaggio indiscutibili ai quali ci si accosta bovini, al termine dei quali io saluto Santa Madre Chiesa con una pernacchia. Ho scoperto che una persona a me cara è gay. E che per questo la Chiesa non lo accetta. Beh, se non vogliono lui non avranno neanche me.
Insomma, dai, nella mia famiglia Dio è un’entità indifferente. Nessuno si professa ateo, ma nessuno va a Messa se non per funerali e matrimoni. Solo io, fra tutti, ho dato una forma al mio dubbio, l’ho chiamato agnosticismo. Perché io non so. E ogni giorno me lo chiedo e cerco di dargli un senso, anche a questo non sapere. E invidio la parte della famiglia che invece è rimasta salda nella fede protestante. Ho letto la Bibbia, sono curiosa di religioni, mi affascinano i riti e soprattutto la Fede, questo miracolo che è più miracoloso in sé delle varie liquefazioni e pianti di madonnine di gesso e veggenti bosniaci.
Mi chiedo se sia una cosa che ti piove addosso, o se te la trasmettano in famiglia. E non parlo del bigottismo, del baciar pile, anche solo del semplice “praticare”: parlo di credere, veramente, che ci sia Qualcosa che si curerà di te, giorno per giorno, finché non è stabilito che tu levi il disturbo.
E probabilmente non lo saprò mai.
Scritto da Giulia |
12:25 |
lunedì, ottobre 13, 2003
Manuale di autodifesa da Cosmopolitan
Su Cosmopolitan di questo mese: Angelina Jolie photoshoppata, la solita quota di cazzate e un trafiletto dal titolo interessantissimo: "Mi sono messa con un blogger". Autoreferenziale? Sì. Ma voglio parlarne lo stesso, perché credo meriti. Ricopio testualmente (le note, ovviamente, sono mie):
Anche il cucco su Internet sta cambiando. E, finita l'era delle chat, sull'orizzonte virtuale brilla quella dei diari in rete [...] ma come si fa a conquistare un blogger? L'impresa non è delle più facili [Sentiamo.] Concentrato sulle sue pagine da riempire, va contattato nei momenti di stasi creativa attraverso la posta elettronica. [I signori blogger che desiderano essere cuccati sono pregati di dare tempestiva comunicazione di eventuali momenti di stasi creativa, acciocché possiamo contattarli senza indugio.] Da saturare di complimenti, ovviamente, perchè il ragazzo ha un ego molto sviluppato, da vero Narciso. [Ce l'aveva anche il mio ex, ma non mi risulta che tenga un blog. Sai che novità.] Altra idea vincente per conquistare un blogger: [preparatevi...] sfidarlo sul suo stesso territorio, cioè aprendo un sito. [Hai capito? Il blog non lo apri perché hai qualcosa da dire, testina, lo apri per cuccare! Ho visto la luce.] In fondo, ti bastano pochi minuti. [Se non sei cerebrolesa come la lettrice media di Cosmopolitan, si capisce.] Due per registrarti gratis su uno degli indirizzi dove puoi farti un blog da sola (come www.splinder.it [se non cade] o www.blogspot.com [idem]); uno per scegliere il tuo indirizzo [mi sento di sconsigliare vivamente vogliocuccaregianlucaneri.splinder.it] e un paio ancora per decidere la grafica delle pagine. [ti vedo, col ditino in bocca a scegliere il template rosa confetto, perché si veda subito che sei una tenerona.] Dopodiché, chissà se Mr Right si farà prendere nella tua rete...
Te lo dico io. No. Tu, minus habens con il nick stucchevole tipo angioletta_84, miciamicia o cucciolotta_73 (cazzo fai a trent'anni ancora a cuccare su Internet? Esci, cretina!) tu, che dissemini i post di "k", di "+" e di "-", perché non hai idea di cosa sia l'ortografia, né tantomeno a cosa serva. Tu, con la punteggiatura alla cazzo e le foto dei gattini. Tu, che ti sei sentita realizzata quando sei riuscita a mettere la foto dei fidanzatini di Peynet nel template. Tu, che chiami il fidanzato "il mio lui", questa mostruosa, colossale spersonalizzazione della possessività. Tu, che sparpagli commenti a base di "bacini" e "bacetti" e "domani sarà un giorno migliore, ma tu devi essere forte" nei blog altrui, presumibilmente anche in quello del poverocristo che stai puntando, a prescindere se questo stia superando un lutto o uno scazzo di cinque minuti. Tu, sì, tu, dai, che ti sei vista.
Questo articolo è per te!
Scritto da Giulia |
10:33 |
Faccia = culo
"Faccetta nera le dimostra l'attenzione della destra italiana per l'integrazione."
Ignazio La Russa, per Repubblica.it.
Premio speciale "Embe'? So' er cuggino" per il webmaster che ha catalogato l'intervista come ignazio/ignazio.html.
Scritto da Giulia |
02:40 |
domenica, ottobre 12, 2003
Tunnel
Sabato sera, mentre Neffa prendeva il palco con la sua marca di pop competente, una persona stava per morire. A pochi passi da me, sul lato destro della piazza, qualcuno, un uomo o forse un ragazzo, è andato giù come un sacco di stracci, e non si svegliava più. Cadendo faccia in avanti si è spaccato gli incisivi, lasciando una piccola pozza di sangue per terra. Neffa è andato avanti, ignaro, con la sua muchacha que pasa, mentre dentro l'ambulanza i paramedici praticavano un furioso massaggio cardiaco alla persona svenuta.
Dieci minuti, forse quindici.
Poi qualcuno ha visto tirare fuori una flebo, e tutti abbiamo respirato.
Il sabato sera è andato di traverso a tutti. Annapaola aveva mal di pancia. Io ero nervosa e depressa. poi sono arrivati i Planet Funk e per un po' non ci ho pensato: e quando riesci a non pensarci per un po', e balli, a volte passa senza quasi lasciar tracce. Mi è andata bene. Siano lodati i Planet Funk.
L'orologio del PC segna le 9.13, e ho davanti a me una settimana di lavoro pesante, dietro le spalle una domenica insolitamente utile, e tutto intorno il solito deserto.
Later.
Scritto da Giulia |
22:10 |
sabato, ottobre 11, 2003
Gioco anche io
Ha cominciato TheInfiniteJest, ha continuato Daniela, e adesso io raccolgo la palla. A mio modo, ovviamente: ecco a voi le dodici varianti sul tema della colonna sonora del western ideale che ho spigolato nella mia raccolta di CD.
1. Western mariachi: Magic Carpet Ride, Mighty Dub Katz
2. Western nostalgico: Labelled with Love, Squeeze
3. Western cajun: Dixie Drug Store, Grant Lee Buffalo
4. Western hip hop: I Left My Wallet in El Segundo, A Tribe Called Quest
5. Western “vado di là mi taglio le vene e torno”: I’m Allowed, Buffalo Tom
6. Western “troppo facile”: (The Man Who Shot) Liberty Valance, Gene Pitney
7. Western Belgium: Hotellounge, dEUS
8. Western che soffre d'amor: C’mon Billy, PJ Harvey
9. Western “ma lo sento solo io, il coyote?”: Where Is My Mind?, Pixies
10. Western esistenziale: Spitting in the Wind, Badly Drawn Boy
11. Quattro salti nel saloon: Hotel Yorba, White Stripes
12. Altri quattro salti prima che sparino al trombettista: Fiesta, The Pogues
Scritto da Giulia |
07:01 |
Considerazione n. 1
Te lo do io il giornalismo, la narrativa, gli uffici stampa, la musica, fare la PR. Io voglio fare il lavoro di Mangoni. Sì, sì, voglio salire su un palco gigantesco alle spalle di un gruppo di amici e fare balletti idioti e canticchiare e saltellare e aggirarmi con enormi girasoli di plastica in mano e simulare una lapdance vestita di un paio di ciclisti fucsia e verdi con top coordinato. Prima di Mangoni c’era Bez, ma il concetto è lo stesso. Non voglio un lavoro intelligente, voglio un lavoro in cui mi si paghi per fare la scema. Il problema è che sarei alcolizzata entro un anno, perché soffro di una mostruosa paura da palcoscenico.
Scritto da Giulia |
00:24 |
Considerazione n. 2
Devo capire per quale motivo intorno a Enrico e Annapaola ci sia sempre questa concentrazione impressionante di ragazze bellissime. L’unica spiegazione possibile è che i belli attraggano i belli, che esista una sorta di effetto calamita dell’avvenenza estrema. Quello che so è che mi sento sempre come un dito in un occhio, ma credo sia proprio un problema mio.
Scritto da Giulia |
00:21 |
Considerazione n. 3
Ci sono troppi uomini carini in giro fidanzati con donne banali. No, diciamo pure con delle muffe spaventose. Di quelle che se le porti a ballare stanno ferme mentre il resto della compagnia balla: e il fidanzato sta lì con l’aria colpevole, vorrebbe ballare ma non vuole avere l’aria di quello che si diverte mentre l’amato bene no, e allora un po’ balla un po’ sta fermo, e lei mica si leva dai coglioni e va a parlare con altre amiche ferme, non sia mai: sta lì e si fa riverire.
Scritto da Giulia |
00:21 |
giovedì, ottobre 09, 2003
Splinder, ti odio
Sappilo, io per pochi palpitanti secondi ti ho odiato, maledetto che mi davi un errore inesistente, che da mesi non funzioni se non a spintoni, che cadi ogni volta che ho su un post figone, che mi fai scinn' 'a uallera con la tua lentezza, che mi fai vedere il template aggiornato solo a casa e in ufficio no, perché? Perché sì.
Scritto da Giulia |
09:43 |
Caro Gesù, il mio amore sei tu
Mi domando come faremmo, noi sobri ed essenziali europei*, senza i giapponesi egli americani. I primi sembrano messi al mondo apposta per far ridere il mondo occidentale (anche se si potrebbe dire lo stesso degli italiani, senza limitare il raggio al mondo orientale); i secondi sono come un film dell'orrore, fanno così paura da scatenare un risolino nervoso e incredulo, un mormorio di "non può essere vero".
È appena uscito negli Stati Uniti Revolve, una versione del Nuovo Testamento mirata esplicitamente al target delle adolescenti femmine. Siccome si sa che le ragazze pensano solo a trucchi, vestiti e ragazzi e leggono solo i magazine come Seventeen e CosmoGirls (l'equivalente americano di Top Girl, per capirci), la brillante idea degli editori è stata quella di mascherare il messaggio evangelico da giornaletto per teenager. Che ci vuole? Basta mettere sulla copertina tre ragazzine in fiore, e filtrare ogni insegnamento del Cristo e dei suoi Apostoli attraverso la lente (rigorosamente rosa confetto, a cuore e con decorazioni di Hello Kitty!) degli interessi del target. E così fioriscono perle come: "Quando ti stai mettendo la crema solare, usa quel tempo per parlare con Dio. Digli quanto gli sei grata per averti creata. Presto, quando ti sarai abituata a parlargli, la cosa ti diventerà familiare come restringerti i pori."
E via di questo passo.
Non è chiaro, dall'articolo di Salon che ho citato come fonte, che posto occupino nel libro le parabole, la figura di Maria o di Maddalena, o quanto spazio abbia l'effettiva narrazione della vita di Cristo, per non parlare delle (tediosissime) lettere alle varia comunità cristiane sparse per l'Europa, o dell'allucinato Libro delle Rivelazioni, presumibilmente troppo brutale e surreale per le tenere fanciulle in fiore. Le quali però possono fare man bassa di consigli evangelici su come vestirsi (sorpresa: in modo modesto e conservatore) truccarsi (poco) e approcciarsi al sesso opposto. A questo proposito, il libro è decisamente paolino: i ragazzi sono i leader, le ragazze devono adattarsi ad essere scelte e corteggiate. Immaginatevi Schneider & Fein armate di Bibbia: "No, no, no, ragazze, è contro Le Regole chiamare per prime."
In effetti, se lo studio biblico è limitato al Nuovo Testamento, le ragazze vi possono trovare ben poco fondamento per eventuali smanie di libertà. La scomoda presenza di Deborah, Ruth, Esther e Yael è confinata al Vecchio Testamento, del resto un po' troppo legato all'ebraismo e di difficile e contraddittoria interpretazione per essere convogliato sotto forma di consigli di bellezza. (Viene da pensare che il Cantico di Salomone sarebbe perfetto come testo per un corteggiamento, anche se ogni tanto butta decisamente sull'erotico.) L'essenziale, comunque, è che alle ragazze cristiane piaccia. E pare proprio che la popolarità di Revolve, che qui da noi non attecchirebbe nemmeno nell'ultima delle parrocchie e che ai nostri occhi appare come la perfetta fusione fra una bieca operazione di marketing e il delirio lisergico di un artista concettuale, non sia in discussione. Christian girls love it.
Amen...
*Silvio Berlusconi and Umberto Bossi not included
Scritto da Giulia |
09:06 |
mercoledì, ottobre 08, 2003
Another dissatisfied customer
No, Michael. Il fatto di poter pagare un video più costoso non autorizza te, Mike e Peter a spacciare un vostro vecchio successo come nuova canzone solo dandogli sopra una mano di pittura. Non è come azzerare il contachilometri di una Cinquecento e dire che era di proprietà di una vecchietta che la usava solo per andare a Messa la domenica.
Sì, sì, caruccia l'idea del video simil-CNN, caruccia davvero, anche se Mike somiglia ogni giorno di più a Bill Gates. Ma vedi, mio buon Michael, se tu fai una canzone che ha la stessa struttura ritmica e melodica di It's the End Of the World As We Know It (And I Feel Fine) e cerchi di farla passare per nuova, forse ci cascano quelli per cui la carriera dei REM inizia con Out of Time, non quelli che ricordano Document.
Ce ne avete date, di belle canzoni, anche ne gli ultimi anni: The Great Beyond, la seconda dedicata a Andy Kaufman dopo Man On the Moon, e anche Imitation of Life, che nel titolo cita un bellissimo e tristissimo film del re dei drammoni, Douglas Sirk. Questo riciclaggio di una canzone che abbiamo amato in tanti sa di presa in giro, sa di rockstar spremute come mezze arance, sa di mancanza di ispirazione. Sa di plastica (quella delle carte di credito) e di esigenze contrattuali a cui adempiere.
No, Michael.
Non è così che funziona.
Scritto da Giulia |
12:11 |
martedì, ottobre 07, 2003
Ra c'è
Un giorno di quest'estate mi sveglio e mi rendo conto che non sento Raffa da due mesi e mezzo. Il che di suo non è chissà che strano, capita: ci conosciamo da dodici anni, e periodicamente lei va in ibernazione, si nasconde nel suo buco, preferibilmente la casa dei suoi genitori, e lì studia e medita o rimugina o se la fa passare a seconda della natura del momento. Sempre da lì riemerge con i suoi modi e i suoi tempi. Non sentirla per periodi estesi non è insolito, ma nel frattempo io ho fatto delle cose che vorrei condividere, su cui vorrei il suo parere o anche solo le sue garbate esclamazioni di stupore.
Insomma, le telefono.
"Ra, come stai? Sei viva?" "Ma certo, pulzella. So tutto di te, leggo il blog tutti i giorni." Tutto-tutto no, le spiego, ci sono delle cose che sul blog non vanno e non andranno mai, quelle te le racconto adesso. Però è quantomeno curioso che quella che considero la mia migliore amica (per quanto il concetto sia fumoso e adolescenziale) si aggiorni sulla mia vita tramite questo spazio, pensato a misura dei miei astratti furori e della mia leggendaria logorrea. Ma tant'è.
Raffa è una figura chiave della mia vita: ci siamo conosciute il primo anno di università, e abbiamo fatto insieme tante di quelle cose che poco tempo fa mio padre, a proposito di nulla, è sbottato: "Ma Raffa non la porti più? È tanto che non la vediamo." Abbiamo finito di essere ragazzine insieme, io, lei, Isa, Sofia, e tutta l'allegra truppa delle traduttrici-interpreti bivaccanti alla SSLMIT. Ci vestivamo uguali, nonostante il dislivello (centottanta centimetri io, centocinquantanove lei) e la dissimiglianza (secchezza furlana io, generose forme emiliane lei), andavamo ai concerti insieme, conosce tutte le mie pippe amorose, ha sopportato i miei pianti, si è beccata tutti i miei tentativi di fare letteratura prima che mi pubblicassero un libro, e anche dopo. E ancora adesso, a dodici anni di distanza, mi guarda e mi dice, serissima: "Io non capisco cosa ci trovi in me..." Vi risparmio la lista.
"Ra, sai, oggi pensavo a cosa mi porterò via da Trieste quando me ne andrò. E mi sei venuta in mente tu che mi cantavi la canzoncina di John Wayne seduto sul tram." "Quale???" "Ma dai, quella di John Wayne..." "No, io ti cantavo quella del Puffo sul bidè."
Ditemi voi dove la trovo, un'altra amica così.
Scritto da Giulia |
10:40 |
lunedì, ottobre 06, 2003
Sono povera
Beh, doveva finire prima o poi: ho vissuto per quasi un anno come se l'euro e l'inflazione fossero il problema di qualcun altro, girando per l'Italia come una trottola, comprando tutti i libri che mi passavano per la zucca, ricominciando a comprare CD, vestiti, e intrugli cosmetici. Avevo un discreto fondo cassa dovuto a liquidazione di stipendi arretrati, e ho fatto un po' la signora.
Non mi sono accorta, fino a pochissimo tempo fa, che stavo spendendo più di quanto guadagno. In pratica, fatti due conti, alla fine dell'anno ce n'è appena appena di che pagare la rata della pensione integrativa che ho sottoscritto in un momento di terrore della vecchiaia, quando secondo i piani mi sarei dovuta sposare con uno che di pensioni ne avrà due, a suo tempo. (Sempre fidarsi dell'istinto, lo stesso che mi ha sconsigliato di aprire un conto comune e far comprare a lui i CD che piacevano a tutti e due: le lotte e le implorazioni per riuscire a tenermi Amorematico con il mio nome nei credits...) Sono poverella, non più povera di tanti altri italiani, ma con l'aggravante della vita da single, che è notevolmente più dispendiosa della convivenza. Affitto e bollette gravano interamente su di me; la RAI mi perseguita per un canone che ho già pagato; la Telecom mi attiva d'ufficio tariffe costosissime e poi mi fa penare delle settimane per modificarle.
Per i prossimi mesi, niente scarpe vestiti CD libri (Dio, quella sarà la parte peggiore), uscire con parsimonia e soprattutto niente gite, a parte forse Milano per il compleanno, se il parentado si prodigherà in generose regalìe (genitori esclusi: hanno già salvato quello che rimane della mia vista comprandomi un monitor nuovo per il PC).
Oggi ho cucinato un enorme pentolone di patate e fagioli coltivati dal babbo, il mio pranzo per i prossimi giorni. Prove tecniche di austerity.
La foto è gratis. Avevo cinque anni e questi problemi li avevano i miei per me: mio padre aveva allora esattamente la mia età adesso.
Scritto da Giulia |
12:30 |
domenica, ottobre 05, 2003
Ho visto Cristo
Selvaggia mi ha già bruciato la notizia, comunque sì, sabato e domenica li ho passati a Roma. C’era la famosa cena-VIB, come è stata ribattezzata, con abbondati palate di ironia, dagli stessi organizzatori: VIB, ovviamente, sta per “very important bloggers”. Avete capito tutto: la cialtrona va alla cena delle blogstar. A mio credito, posso solo dire che è quasi impossibile farsi fotografare vicino alla Lucarelli e non sembrare un cesso: io riesco a sembrare solo vagamente cerebrolesa.
Parto da Portogruaro il sabato mattina, in una nebbia scozzese. Comitato di accoglienza a Termini: Damir Ivic e Daniela Amenta.
Alla stazione
Daniela e Damir: ”Uh, perché il calcio la Lazio Mucchio Selvaggio i Throbbing Gristle Lou Reed la Serbia il gelato al sarchiapone [ad lib.]”
Io: “…” Ho creato un mostro.
Da Daniela
Daniela vive in una casa sbilenca, come mi ha anticipato mentre sfrecciamo via dalla stazione in motorino. È vero: il pavimento pende un po’ verso sinistra, ma alla fine dei conti l’effetto non è male, è un po’ come il neo sulle labbra di Cindy Crawford, un’imperfezione che rende avvicinabile la perfezione. In casa si respira la leggenda, ci sono album autografati da chiunque, e rimango a bocca aperta per un quarto d’ora ad ascoltare la storia della volta in cui Daniela ha portato a spasso per Roma i REM e il loro entourage, rischiando l’incidente diplomatico quando Michael Stipe è impazzito davanti alle Guardie Svizzere, che aveva scambiato per clown.
Arriva a prendere il tè anche “Gomitolo”, vale a dire Massimiliano, organizzatore logistico della cena. Fuori si sentono le sirene della polizia, ci sono scontri alle manifestazioni no global, avverto il babbo che sono tutta intera e il babbo, che non sapeva niente, improvvisa una preoccupata severità di rappresentanza. “No, papà, sono da Daniela. Adesso rientro in casa e senti la musica. Ecco, sentita?”
“Mi raccomando…”
A cena
Quello che è la vera e propria cena-VIB non si può spiegare. Numero uno, diluvia. Numero due, siamo in venti in una stanzina nella taverna del ristorante. I tavolini sono sparpagliati: Daniela, con piglio da generale prussiano, li fa ridisporre. Dopo aver tentato varie combinazioni (a ferro di cavallo, a X, a torre, a scacchiera, a castello e a piramide di Cheope), i tavoli diventano due, paralleli: il tavolo post- rock (capitanato ovviamente da Daniela) e l’altro. Qui, in maglietta e jeans extralong che continuo a pestare, sono seduta io; vicino a me Selvaggia, in un abito nero ricavato dalla manica di una mica camicia (beh, ho le braccia lunghe) e stivali con tacchi a spillo che mi fanno venire male ai piedi solo a guardarli. Sempre al tavolo con me, Roberto, Achille, Pank, Gaia, Claudia e Claudio Webmaster di Selvaggia (fra gli altri).
Si mangia, si beve, si chiacchiera, ci si rimescola, saltano fuori i “CD di cui vi vergognate di più”, fra cui si segnalano perle come l’album di Ingrid Chavez (alzi la mano chi se la ricorda… io me la ricordavo). Si beve si beve si beve si beve. Nella taverna, i telefonini non prendono. Quando riemergiamo, è l’una di notte. Nel frattempo, ho riso così tanto che mi fanno male i fianchi, ho fatto i miei soliti numeri di cabaret, ho avuto la conferma che Selvaggia è simpatica, ho scoperto la presenza del direttore editoriale di Fazi e ho fatto con il suddetto la mia inevitabile figura di merda targata carpe diem.
Al pub
Pub dietro piazza Navona.
“Oh, ma quello sembra Willem Defoe.”
“Quello è Willem Defoe” faccio io.
Eh, sì, è Willem Defoe. Nel nostro stesso pub.
Siamo rimasti in nove, e solo in due hanno la faccia tosta di farsi fotografare con il Cristo secondo Scorsese: li potete vedere nelle foto.
A un certo punto, un ragazzo biondo che è seduto dandomi le spalle si gira nella mia direzione.
“Uh, cazzo, ragazzi, è Owen Wilson!”
Damir, via cellulare: Ma dove sei, sul Sunset Boulevard?
Segue discussione di dieci minuti per decidere quale sarà il titolo collettivo dei post relativi alla serata.

Aftermath
Piove. Tira vento.
È umido.
Achille e io siamo in due su un cinquantino, io senza casco omologato che mi piglio l’acqua in faccia.
Continuiamo a perdere Massimiliano per strada, e ci fermiamo ogni due minuti per chiedergli dove dobbiamo andare.
Troviamo la piazzetta, Massimiliano e Damir dopo un giro labirintico con annesso infilamento di strada chiusa nel senso di marcia che dovevamo infilare noi e blocco dei vigili al grido di “’A secco, ‘ndo vai?”. (Massi, più tardi, ad Achille: “Eh, è perché hai fatto la faccia spaventata.”)
Colazione all’aperto sotto gli ombrelloni parapioggia del bar, tasso di umidità 300%. Si favoleggia di come sarebbe bella e ricca la vita, ora, se noi del Nord ci fossimo aggregati alla Lega quando Bossi stava muovendo i primi passi, e le qualifiche per diventare assessore o addirittura sindaco consistevano nel rispondere affermativamente alla domanda “Sai parlare con i rutti?”
A casa
Ogni volta che vado a Roma, non vorrei tornare più.
Hanno partecipato:
Achille Daniela Gaia Gomitolo Lucertola Miic
Mu Pank Psycoma Robba Selvaggia The Petunias Zazie
... e altri che ora non ricordo... non picchiatemi!
Scritto da Giulia |
22:23 |
sabato, ottobre 04, 2003
Non sono lì
Sono qui.
"Qui" dove, ve lo dico domani. O forse lunedì.
Scritto da Giulia |
08:34 |
venerdì, ottobre 03, 2003
Get your gun
I due angeli siedono in mutande e maglietta della salute a un tavolo di cucina. Sembrano essersi appena svegliati e hanno i modi sbrigativi di chi ha poco tempo da perdere. Non so i loro nomi, tengo stretto a me uno zainetto arancione da bambina, e li guardo. "Lì c'è la pistola" dice quello biondo, il più spettinato. Chiamala pistola. Un affare ridicolo, arancione anche lui e tutto bombato come la pistola di Marvin the Martian. Una pistola laser. "E cosa ci devo fare?" "Facile. Individui il demone e gli spari." "E come faccio a sapere che è un demone?" "Sarà armato." "Anche io sarò armata. E anche gli altri come me. Come facciamo a distinguerci dai demoni? E se sparo a uno che non c'entra niente?" Fanno spallucce. Sono affari miei imparare a distinguere il demone dall'innocente. Farò degli errori, ovviamente. È un problema che mi devo risolvere da sola. Entra una ragazza, anche lei con uno zainetto sulle spalle. Sono dietro di lei. Ha una pistola. Premo il grilletto. Non succede niente. Lo premo di nuovo, ancora niente. Lei si volta, io abbasso la pistola, lei sorride. Comincia a scendere le scale. Mi avvicino alla porta, e la traccia del suo sparo mirato a me, mentre corre giù, lascia un segno nero sullo stipite.
Scendo fino nell'atrio, che è affollato di gente, gente che scruta perplessa la sua pistola. Alcuni sono anziani, altri bambini: guardano fuori, verso la grande pianura secca che separa la casa dalla città, e si chiedono a voce alta come faranno, se sopravviveranno. Io so che nessuno muore, in questo gioco, si rimane solo tramortiti e il segno dello sparo ti resta sulla pelle per un po'. Se ti colpiscono sei fuori gioco: è fra te e il demone, è a chi spara per primo. Se spara prima lui e ti colpisce hai perso. Se spari prima tu, e lo colpisci, ti salvi, e il demone se ne va. Non hanno detto a tutti che non moriranno, e molti hanno paura. Forse solo i demoni non hanno paura. Allora sono un demone anche io? Sono tutti armati, e potrebbero spararmi da un momento all'altro. Mentre arrivavo qui, un omone color cioccolata di più di due metri mi si è parato davanti con la pistola puntata. Ho alzato le mani. "Sono disarmata" ho detto. "Non sono un demone. Te lo giuro." Ha abbassato l'arma e mi ha lasciata andare.
Come sarebbe semplice uscire, girare l'angolo, aspettare che questa gente esca, sparare. Fra questi forse qualche demone c'é, forse proprio la signora di mezza età con il trench grigio, o il ragazzino con gli occhi sbarrati. Gli innocui, gli innocenti. Che aspetto ha un demone? Perché hanno dato a me e a questa gente l'incarico di sparare? Che ne sappiamo? Forse ci hanno armati gli uni contro gli altri perché eliminassimo a vicenda i demoni dentro di noi. Io non ho ancora sparato a nessuno: e se quando gli sparo, il demone esce e mi aggredisce? Che diavolo ne so?
Posso soltanto sbagliare. Nascondo la pistola e mi faccio largo. Mi guardano, ma non sanno. Non vedono l'arma, non sanno se sono demone o angelo, e nel dubbio nessuno apre il fuoco. Fuori, verso la città.
Ultimamente ho sognato due volte di avere armi in mano. Questa è l'ultima delle due, un paio di notti fa. Quando non sogno di maneggiare pistole, sogno di abbuffarmi di dolci. Non so cosa sia peggio.
Scritto da Giulia |
01:45 |
giovedì, ottobre 02, 2003
Pubblicità promozional-teatrale

Rientro un momento nei panni della Beata Madre per nuntiare vobis gaudio magno che domenica sera, a Pioltello (MI), nella Sala Consiliare del Comune, va in scena Jesus Christ Superstar, di Andrew Lloyd Webber e Tim Rice, come da locandina qui sopra. Ora, sarebbe la storia un po' romanzata del Signore Numero Uno, e la Pupa è un filo gelosa e chiede che le venga scritto un miusicol su misura anche per lei, che finisce che lei si sposa con Ashton Kutcher. Ogni cosa a suo tempo! Siate veramente alternativi: supportate le produzioni indipendenti e andate a vederlo. È pure aggratis. Che volete di più?
Scritto da Giulia |
08:43 |
Non fatevi le canne
Pigliatevi due Buscopan. Adesso che sono in piedi e costretta - volente o nolente - ad utilizzare il cervello, mi rendo conto del perché ieri e l'altroieri, appena i farmaci facevano effetto, mi addormentavo all'istante. Galleggio in uno stato di stupore molto simile all'intossicazione. Il paracetamolo contenuto nel Buscopan impedisce che mi salga la temperatura (è lo stesso componente alla base della Tachipirina), ma non riesce a togliermi il dolore alla cervicale, che vai a sapere da cosa dipende.
Scritto da Giulia |
04:01 |
CoCoCoglioni
Sono un esemplare in estinzione, uno degli ultimi Co(ntratti di)Co(llaborazione)Co(ordinata e continuativa) rimasti. Da settembre, questa forma di precariato selvaggio non esiste più, e mi chiedo cosa sarà di me a giugno dell'anno prossimo.
Non che voglia fare questo lavoro in eterno. Non mi ci vedo, a sessant'anni, a progettare corsi per assicuratori. A trent'anni ho ancora la freschezza per farlo, a sessanta non so. Però qui, o mi assumono, o mi lanciano; e se l'economia non si riprende almeno quanto basta da creare un po' di movimento, mi aggrapperei volentieri agli assicuratori, grazie. Il vizio di mangiare è duro da togliersi (per non parlare di quello della vita sociale).
In certi momenti, però, maledico l'inventore del CoCoCo. Che sicuramente, nelle intenzioni, voleva fornire alle aziende un modo di avvalersi di collaborazioni, appunto, non vincolanti né vincolate negli orari e nella sede di lavoro. Un pagamento forfettario a progetto che il collaboratore, all'occorrenza e avendone la possibilità, potesse affiancare ad altre collaborazioni, secondo la legge del libero mercato. In pratica: stai in ufficio otto ore al giorno, ti contano i minuti di assenza, nonostante la teorica assenza di vincoli di orario e di presenza. Stai male? Cazzi tuoi: e via un giorno dalla paga (due, tre), perché l'INPS ti rimborsa solo se sei ricoverato in ospedale per più di tre giorni. Niente buoni pasto: non sei dipendente. Stipendio? Lo stesso degli altri. Ma senza tredicesima. Vuoi fare un figlio? Vedi alla voce "stai male". Non ti sta bene? Vattene.
Oggi sono in ufficio con i crampi. Non solo allo stomaco.
Scritto da Giulia |
01:24 |
mercoledì, ottobre 01, 2003
Canzoncina
"Hice cita pal psiquiatra a ver si me ayudaba Pues ya no tengo amigos por solo hablar de ti Lo que quiero es hablarte para intentar besarte Sera posible que por una obsesion uno puedo morir Y quisas pienses que soy tonto pribon y tambien loco Pero es que en el amor soy muy original no enamoro como otro Conquisto a mi modo, amar es mi talento te voy a enamorar..."
È finita, credo per errore, dentro certe compilation tamarre per aspiranti Veline, tanto per rimanere in tema. Si chiama Obsesion ed è di un gruppo che si chiama Aventura. Da salvare. Sta diventando la mia fissazione in questi giorni di letto.
Avril Lavigne era a TRL oggi. Diobono che faccia da stronzetta petulante.
Justin Timberlake, invece, è praticamente l'uomo dei sogni: che diavolo ci faceva con Miss Britney "Tuttarifatta" Spears? Deve essere uno che vede oltre. Ma molto, molto oltre!
Scritto da Giulia |
06:43 |
Fra un crampo e l'altro trovo anche la forza di incazzarmi
Non mi spreco neanche a tirar giù moccoli per la riforma delle pensioni: io già sono rincoglionita adesso, figuriamoci a sessantasette anni (quando forse finalmente potrò pensionarmi, avendo iniziato a versare i contributi molto tardi).
No, no, io mi incazzo per cose meno concrete, così mi passa prima e di notte dormo. Tipo che hanno fondato l'Accademia delle Veline. A Napoli, mi pare. Quali saranno le materie di studio? Perizomologia? Teoria e pratica dello stacchetto? Pop music dal 1999 ad oggi? Teoria dell'equilibrio sul tacco oltre i cinque centimetri? Fenomenologia del giocatore di calcio? Perché fondare una scuola per gente il cui maggiore talento è capire quando è ora di farsi ritoccare dal chirurgo? Essere Velina non può essere il fine ultimo di una carriera. Esistono scuole di recitazione, esistono scuole di dizione, di canto, di ballo. Perché studiare da Velina? E soprattutto, perché esistono ancora le Veline, e sono consacrate al punto da meritare una definizione sullo Zingarelli? Porcamiseria, per aggiungere un'accezione a un dizionario bisogna che il termine sia davvero assimilato, assimilato del tutto, indelebile. Non posso pensare che la Velina, come concetto di essere femminile scosciato, vacuo e decorativo, sia con noi per sempre. Spero ancora che il progresso ne cancelli l'esistenza e la necessità.
Sarà per quello che ho i crampi?
Scritto da Giulia |
01:13 |
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