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martedì, dicembre 30, 2003
Domani sera mi hanno detto che c'è una festa

Però per i dettagli andate qui, perché io da quassù ve ne posso dare pochi.
Ah, il bannerino l'ha fatto quel master&commander di gomitolo.
(Ovvio che ci vado, che domande fate?)
Scritto da Giulia |
12:14 |
lunedì, dicembre 29, 2003
Don't think you're the first (Un post molto lungo)
Dai che c'è poco da fare, questo periodo dell'anno è fatto per i regolari. Quelli la cui vita è un perfetto puzzle di ruoli ricoperti: hanno la mamma, il papà, i fratelli, gli amici, i nonni, gli zii, la morosa, il marito, i figli, a seconda dei casi. Hanno una casa e frequentano persone che hanno una casa a loro volta. Appendono le lucine di Natale e frequentano case in cui sono appese le lucine di Natale. Sono già organizzati per Capodanno almeno da ottobre. Hanno comprato il Pandoro Bauli e il Panettone Motta, e la sera del 31 indosseranno qualcosa di luccicante (se femmine) e di buon taglio (se maschi). Non conoscono il senso di vertigine che dà la fine di un altro anno solare, il domandarsi "e che cosa ho fatto di me, dal 31 dicembre dell'anno scorso?" E se lo conoscono, se lo riconoscono in quel leggero vuoto allo stomaco degli ultimi risvegli dell'anno, lo scrollano via guardando con soddisfazione a quanto hanno effettivamente costruito.
Per il resto di noi c'è la sensazione che fra le ore 00.00 e 00.01 del 31 dicembre ci sia il vuoto infinito.
Poi ovviamente non c'è - si bacia il più vicino, si beve lo spumantino, si balla ancora un pochino, e poi un altro pochino, e poi viene il mattino e si collassa da qualche parte, e ci si sveglia che è già il pomeriggio del primo gennaio e guardaunpo', la vita è uguale all'anno scorso. Passata la paura.
E se ancora non passa, c'è la canzone definitiva della fine dell'anno.
Don't think you're the first In the whole universe To follow your heart Or gaze at the stars To stare at the night To the clear daylight Don't think you're the first In the whole universe To feel sorrow or shame As you walk in the rain
Novità, non siamo né i primi né gli ultimi a fare i poeti byroniani e a contemplare l'universo e a sentirci un po' antieroi romantici. Ovviamente ci è concesso farlo, ci mancherebbe. Ma vediamo di non farlo durare troppo.
Do I love you? Yes I love you or I wouldn't tell you
Vediamo anche di smettere di dubitare dell'affetto degli altri. Nessuno è un ente di beneficenza. Se hai degli amici è molto probabile che questi ti vogliano bene. Piantala di rompere.
So don't think you're the first In the whole universe To be caught in the act Numbered and wrecked Put in your place Made to feel like a fake
Nessuno dice che sia facile, ma considerato che miliardi di persone ci sono passate prima di noi, e il finale è stato più o meno sempre lo stesso, tanto vale provarci.
Don't think you're the first In the whole universe To be untouched by the time Think you're one of the kind
Il fatto di capire quello che stai provando non ti rende assolutamente unico e speciale, fratello e sorella. Sì, probabilmente appartieni a una minoranza. Ma non è una minoranza molto ridotta. Non sei un panda. Non sei un dodo. Sei solo uno che quando sta male o bene sa perché. Ce ne sono altri come te, in giro. Magari non te lo dicono. Magari hanno deciso di farti credere che sono fatti di un pezzo unico. Non hai modo di saperlo. Però non sei l'unico esemplare di una razza che si estinguerà con la tua morte. Se guardi bene, anche i tuoi amici sono come te.
Do I love you? Yes I love you or I wouldn't tell you
Tanto per riprendere il discorso. Se ti ho detto che ti voglio bene ci puoi anche credere. Le rare volte in vita mia che ho pronunciato una variante di questa frase mi ci sono quasi strozzata. Per cui, ecco, insomma, non farmi strozzare di nuovo, buona la prima e non parliamone più.
So don't think you're the last To be tied to the mast While you watch from afar As your world falls apart You hang on for help But the rest help themselves
Don't think you're the last To be tied to the past While you future's controlled While the present untold
Insomma, dai, ancora un paio di giorni di tregenda e bilanci, poi sarà un anno nuovo che sfrittelleremo esattamente come quello appena passato. Oppure no. Dipende da quanto siamo efficienti. Si può sempre cominciare da subito a vivere nell'anno nuovo. Metterci a dieta, risparmiare per un viaggio, imparare un'altra lingua, finire un romanzo (mi do le bacchettate sulle dita da sola). Non siamo né i primi né gli ultimi. Questo non significa che quando ci farà male ci farà meno male. Ci farà comunque malissimo. Però non siamo i primi. E non saremo gli ultimi.
Buon 2004 a tutti.
Scritto da Giulia |
13:55 |
domenica, dicembre 28, 2003
Ma che bello
Gli Amari al Pabitele hanno fatto un gran bel concerto. Il palco era un po' piccolo per contenerli tutti e sei, ma mi sono proprio piaciuti, ecco. Dopo quasi un anno di concertini di gente dedita alla contemplazione del proprio ombelico e alla riproposizione della combinazione chitarradistorta-vocestraziante (con qualche eccezione), insomma, fa piacere. Mi piace questo revival di Udine-che-sembra-Barcellona. La giusta proporzione di gente che conosco e gente ancora da conoscere. Una sensazione di nuova frontiera che è allo stesso tempo attraente e rassicurante. Finalmente ho la spilla di Moira Orfei. Moira, oh Moira, ti ho dovuta meritare. Siccome sono andata a dormire sbronza alle cinque di mattina, oggi non sono nelle condizioni cerebrali di mettere in piedi una recensione. Quindi dico bello bello grazie grazie, mi infilo la tuta e le pantofole, mi lego i capelli, succhio una Borocillina, ascolto il CD dei Fare Soldi di cui mi ha omaggiata Messer Carnifull (comincerò a vergognarmi di tutta questa munificenza, a un certo punto?), penso che mi scalderò una tazza di brodo e andrò a mettermi sul letto a guardare Stargate.
Scritto da Giulia |
18:20 |
sabato, dicembre 27, 2003
Accattatev' 'o Gorillo
Interessati ad acquistare i servigi del Gorillo? Ecco il tariffario.
Scritto da Giulia |
19:36 |
Se mi metto a ballare sul bancone fa molto Coyote Ugly?
Renzo e io siamo due ex morosi un po' atipici. Abbiamo rotto in maniera brusca nel bel mezzo di una storia passionalissima di sesso e cibo (entrambi in grandi quantità), ci siamo mandati a cagare, non ci siamo parlati per nove mesi, poi abbiamo ricominciato a parlarci, siamo ridiventati amici, ci siamo ri-mandati a cagare, io ho detto a tutti che non lo volevo vedere neanche dipinto, e poi sono piombata nel suo baretto la sera del compleanno di Annapaola. Siamo decisamente, definitivamente ex, ma conserviamo l'abitudine alla coccola e alla battuta marpiona. Da quando lui non è più un mio problema, mi capita di andare a lamentarmi delle mie alterne vicende amorose. Non che lui mi possa risolvere le cose, ovviamente. Però c'è una cosa da dire, a favore degli ex morosi un po' mandrilli e coccoloni: ed è che quando ti senti un vecchio cesso, non c'è niente come la pacca sulla spalla e il "mavaffanculo, va' " di uno che ti ha voluto bene, ti ha lanciata sul materasso un po' di volte e si ricorda benissimo il perché.
Se poi non c'è di che lamentarsi, è ancora meglio.
Ieri sera sono passata a trovarlo sotto minaccia di "ti spezzo le braccine se scopro che sei dai tuoi e non passi a trovarmi". Al Barfly (Renzo è un avido lettore di Bukowski) di solito faccio poco più che appoggiarmi al bancone e guardare Renzino che prepara cocktail, birre, caffè, tramezzini, chiacchiera, si dimena, fa spettacolo, cambia venti volte CD, mi allunga una stropicciata ai capelli, si rimette a preparare cocktail, si avvinghia alle clienti donne e qualche volta anche agli uomini, ri-cambia il CD e via dicendo. È come guardare un film.
Sto lì, sorseggio un cocktail (leggerino, che poi devo guidare), e guardo la gente. Sono in modalità passiva. Sbircio il televisore, che è sempre fisso su MTV. Ogni tanto arriva qualcuno che conosco, ma al Barfly io sono disattivata, fare conversazione è complicato, sono in una zona dove il mio cervello non ha campo. Ieri sera ho imbastito una chiacchierata con un ex compagno di scuola di Renzo, e ho immediatamente scoperto che una cara amica che non sento da tempo sta per avere il suo secondo figlio.
Non sapevo neanche che fosse incinta.
(La gravidanza è il leit-motif di queste feste di Natale, mi pare.)
Alle tre di mattina faccio per mettermi la giacca e andare a dormire, un po' annebbiata dall'ultimo beverone a base di Bailey's, Kahlua, diosacos'altro e due dita di panna in cima. "Dove vai?" "A nanna, tesoro, è tardi." "Ma no, fermati che facciamo due chiacchiere." ZOT! Tutti gli avventori presenti si smaterializzano. Ci mettiamo a chiacchierare mentre lui fa le ultime pulizie. Si ridacchia, si parla di musica. "Ma tu sapevi che Manu era incinta?" "Io no... l'ho saputo adesso." "Che roba. Sono proprio stronza. Possibile che sia così tanto tempo che non la sento?"
E sono le quattro e mezza di mattina.
Usciamo dal retro, io col berrettino di lana in testa per proteggermi dal freddo. Renzo chiude la porta e attraversiamo il giardino. Mi sbircia. "Dio, mi sembra di stare in un video dei Dinosaur Jr."
Quando il mio ex moroso mi guarda, gli viene in mente J Mascis.
Scritto da Giulia |
18:32 |
venerdì, dicembre 26, 2003
Signore e signori, buonasera
Qualcuno potrebbe dire alle nuove annunciatrici della RAI che sarebbero patonze anche se si togliessero il palo dal culo? Fanno venire nostalgia della Orsomando.
Scritto da Giulia |
14:12 |
Non siamo fuori dalla norma
Cosa volete che vi dica del giorno di Natale? Non è diverso dal giorno di Natale medio di qualsiasi donna della mia età e condizione sociale. Mia sorella è uscita di casa alle undici e mezza, indossando un paio di stivali con i tacchi a spillo; però mia sorella non sa camminare con i tacchi. Se li è messi per compiacere il moroso. Quindi camminava come se avesse le ginocchia ingessate. Io invece ho seguito i parentes a casa della zia. Laddove mi sono invischiata in una discussione politica senza uscita. Se i vostri genitori vi dicessero mai che "la nostra generazione aveva ideali", non abbiate esitazioni. Mandateli serenamente affanculo. Quegli ideali sono carta da cesso, ora. I sessantottini vogliono appendere i crocifissi alle pareti delle scuole laiche e credono che Mussolini abbia fatto del bene all'Italia perché ha dato le scarpe ai bambini. Mio padre mi ha contato tutti i bicchieri di vino. Avevo voglia di spararmi il vino per endovena. Poi tappa dai nonni, e se sorvoliamo è meglio. Finale: auguri ai parenti meno stretti con contemplazione di pancione della compagna delle elementari che ha sposato un mio cugino di terzo grado. "Ma tu quando ne fai uno?" La cugina di mia madre.
Mai.
L'anno prossimo passo il Natale a casa con un litro di rosso.
Scritto da Giulia |
12:36 |
lunedì, dicembre 22, 2003
Perdono, perdono, perdono
Mi capita ogni tanto che qualcuno cerchi di aggiungermi alla sua lista dei contatti su MSN. Non è per snobismo e neanche per orsaggine che rifiuto. È che devo assolutamente limitare il numero di persone con cui chiacchiero quando sono davanti al PC, e per forza di cose la scelta cade sugli amici già consolidati. Come credo si sia notato qualche post fa, la piaga dell'instant messaging fa leva sulla mia naturale tendenza alla dispersione e all'inconcludenza.
Mi scuso moltissimo con chi è stato così gentile da volermi aggiungere alla sua lista, ma non avrei il tempo materiale di parlare con tutti, e mi dispiacerebbe dover dire di no ogni volta, come già succede con alcune persone. Perché poi mi piace chiacchierare, e questo si sa: e dire di no mi costa fatica.
Per cui, scusatemi ancora, se volete parlare con me scrivetemi pure quanto volete, e sappiate che apprezzo molto la cortesia. Un bacio a tutti e a tutte.
Scritto da Giulia |
23:26 |
Un problema in meno
La risposta all'angoscia da ultimi giorni dell'anno è nascosta nel manuale di utilizzo del mio cellulare nuovo:
Passaggio all'anno buddista. (non disponibile in tutte le versioni).
Nel mio non c'è. Però è un'idea.
Scritto da Giulia |
20:32 |
Il Natale fa male
Ricevo (nei commenti) e volentieri pubblico:
Vedo le dolci montagne con la neve lieve e pura, io ti amo e non ho paura, che bella rima (poco poco banale), siamo buoni vicini all'albero di natale mano nella mano, la pace i piedi caldi il culo freddo i miei parenti, il parcheggiatore abusivo, il silenzio dello zio, il cartone rosa del bauli, il gatto mi fa cadere il motorola, spesso nei locali la omitel non prende, sai tenere un segreto? Ieri sera il risulato laziointer l'ho saputo via sms e quei rumori che venivano dal bagno della birreria erano i miei pugni sul porta salviettine... Quest'anno non trascorreremo il capodanno sulla neve... Il giornaliero per le piste costa più di trenta euri, è vero, bardonecchia più chic di nichelino, non è bello essere tristi in un giorno allegro, facciamo la recita, cantiamo tutti insieme è bello non avere azioni della parmalat. VIVA VIVA i Basement Jaxx!!!
(Lo spazio della poesia è stato gentilmente offerto da Ankor.)
Scritto da Giulia |
13:55 |
domenica, dicembre 21, 2003
Il 2003 in dodici canzoni
Come anni, ce ne sono stati di più facili. Dodici mesi di arrivi e partenze importanti, e preoccupanti strascichi da quello che è stato senza problemi l'Anno più Brutto della Mia Vita, insieme al 1995. Però l'abbiamo sfangata, ormai manca poco, e se stiamo al coperto e non ci facciamo vedere troppo dovremmo arrivare al 31 dicembre più o meno indenni. Io ci arrivo un po' azzoppata, come uno di quei gatti di strada coperti di cicatrici, senza un occhio, con un orecchio mezzo mangiato, la coda rotta e storta e una chiazza calva su un fianco, lì dove il pelo non è ancora ricresciuto a coprire una vecchia ferita. E come un gatto da battaglia, ho un istinto più fino, i riflessi più pronti e sette vite ancora tutte da usare.
Il 2003 in dodici canzoni, allora. Non sono tutte canzoni di quest'anno, perché la mia playlist non fa distinzione fra il nuovo e il vecchio. Sono le dodici canzoni che mi hanno accompagnata, nelle zuffe e nelle risate, lungo dodici mesi di distruzione e ricostruzione.
1. Strange Condition - Pete Yorn Trovata a Natale dell'anno scorso, me la sono portata dietro per tutto l'anno. Ha un testo insignificante, tranne che per quel "I want you to know... I want you to know... cos I gotta know" che ti riverbera in testa sul giro di chitarra, così felice/triste/euforico/malinconico, e che ne ha fatto la colonna sonora portante di un romanzo che non ho mai finito, perché raccontava di ferite ancora non chiuse. 2. Fortress Europe - Asian Dub Foundation Ero in ospedale con il gesso sul naso, leggevo Nick Hornby e Zadie Smith e ascoltavo questa canzone in repeat. Un momento di quiete prima del nadir del 2003. Da quel punto è stata tutta in discesa. 3. I giorni migliori - Tiromancino Non ci sono percorsi più brevi da cercare c’è la strada in cui credi e il coraggio di andare. 4. I Think God Can Explain - Splendor No che non può. E se può, non risponde. Il ballatone dell'anno. 5. Historia de un amor - Guadalupe Pineda con Los Tres Asos Presa dalla colonna sonora di La finestra di fronte, un film che sarebbe stato bello se fra Giovanna Mezzogiorno e Raoul Bova ci fosse stata qualche forma di reazione chimica, una scintilla di erotismo percepibile, e invece la mia lavatrice è più sexy di Raoul Bova e Giovanna Mezzogiorno era sprecata. Con questa qui ci si strugge. Si canta malissimo in macchina, dove nessuno ti può sentire se stecchi o sbagli le parole. 6. It's Too Late - The Streets Si comincia a capire che non è stato un anno chissà che pieno di gioia? Guidare di notte da un punto all'altro del Friuli-Venezia Giulia, partendo all'ultimo momento per esasperazione e noia, e perdersi in un immenso campione d'archi. Parlare sotto casa di Raffa in macchina. "Non l'ho mai sentita, questa, di chi è? Ma senti che accento! Hahahahahaha!" 7. Triathlon - Cristina Donà (Casasonica Remix) Tengo al minimo il battito e controllo che il respiro non ceda. Tornare a galla dopo avere annaspato sotto il pelo dell'acqua. E gridare fortissimo. 8. Inside of Love - Nada Surf Una strada croata di notte, e quattro scemi in previsione di ubriachezza molesta. E non so perché, ma c'è rimasta attaccata questa canzone. 9. I Say a Little Prayer - Aretha Franklin Preferita alla versione di Dionne Warwick perché esplode in gioiosi acuti e brucia di passione repressa. The moment I wake up, before I put on my make-up, I say a little prayer for you... Ero indecisa fra almeno altre cinque dello strepitoso greatest hits di Burt Bacharach, ma alla fine dei conti è Queen Aretha che ti ruba il cuore. 10 - Romeo - Basement Jaxx Alla lunga, basta avere un po' di pazienza, ti torna anche la voglia di ballare in giro per la cucina come se fossi in un film di Bollywood. 11. Bang - Yeah Yeah Yeahs As a fuck, son, you sucked... Ah, possedere un quarto della sfacciataggine, della sicurezza di Karen O. A dispetto del testo, canzone più sexy del 2003. 12. Come With You - Millionaire They say I can't, but I'll do what I want to.
Scritto da Giulia |
22:48 |
sabato, dicembre 20, 2003
Scambio Orgasmus (Si ringrazia Achille per l'imbeccata)
Per chi frequentava la SSLMIT (Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori) nei miei verdissimi anni, lo scambio Erasmus era una tappa obbligata. Ci andavano tutti: nel peggiore dei casi, era una validissima scusa per prendersi una pausa dagli esami e dalla vita, riflettere o semplicemente scappare. Se vedevi sparire uno (o più facilmente, una, data la ratio maschi/femmine della SSLMIT), e chiedevi dove fosse, la risposta era quasi sempre "è in scambio". Le tappe erano sempre quelle: Inghilterra, Germania, Olanda o Belgio, Francia, Spagna a seconda della lingua con la quale si desiderava entrare in contatto.
Letteralmente.
Ci sarà un motivo se alla SSLMIT lo chiamavano "scambio Orgasmus". Tutti quelli che arrivavano alla SSLMIT dal resto dell'Europa (specialmente se maschi), venivano subito risucchiati in una gran varietà di relazioni erotiche, che spesso culminavano in un fidanzamento stabile destinato a tramutarsi in una romantica, struggente e costosissima relazione a distanza, completa di telefonate internazionali, scenate di gelosia e litigi. Anche quelli che partivano da qui finivano per accoppiarsi altrettanto selvaggiamente, e poi fidanzarsi. In ogni caso, accoppiarsi selvaggiamente era parte del pacchetto.
Neanche il mio scambio si sottrae a questa regola, almeno in parte. A dispetto della depressione, dei digiuni, dei compagni di casa folli e della noia opprimente dell'università di Luton, anche la sottoscritta riuscì ad accoppiarsi, o quantomeno a limonare per un paio di giorni, con tale Mark, un rosso di capelli che occupava la stanza sopra la sua (avevo rimosso il nome: mi è venuto in mente adesso). Un fallimento dal punto di vista di un possibile fidanzamento a distanza completo di quanto sopra, ma un successo dal punto di vista del mantenimento degli standard di performance dello scambio.
Nel frattempo, nelle stanze in fondo al corridoio, le ragazze francesi perdevano la verginità, la musulmana osservante Atiya anche (e cominciava a bere e a fumare), in quella davanti alla mia il mio compagno d'appartamento si trombava la mia amica Sue, insomma c'era sicuramente chi faceva di meglio.
Comunque, abbiamo dato.
No, non cederò. Non parlerò di Natale, o del Capodanno, di mia zia che dopo due bicchieri ride come una iena, dei miei nonni che rompono le palle, dei regali fantasmagorici di mia madre, e di mia sorella che ogni anno dice che non compra niente a nessuno e poi, colta da ansia da prestazione, compra delle cose perfettamente inutili a tutti. Farò finta di niente e non metterò le luminarie. Fra poco sarà tutto finito.
Scritto da Giulia |
14:55 |
venerdì, dicembre 19, 2003
I grandi perché della vita Oggi ci interroghiamo su...
Uno dei grandi "ma pecché?" della vita non è come Berlusconi sia arrivato a governare l'Italia (risposta: siamo un paese di babbaloni), o perché la fame continui a mietere vittime in tutto il mondo (risposta: siamo un pianeta di stronzi) o perché gli americani scorrazzino in giro per il globo a mollare bombe sulla gente che non gli piace (risposta: chiedetelo all'ONU, secondo la cui Carta i paesi aggressori possono essere espulsi; e invece gli Stati Uniti stanno ancora lì).
Il grande interrogativo del giorno è: ma perché non esiste un solo rapper (pron. "repper") che abbia un nome da cristiano? Esempi a caso: fra gli artisti hip hop che popolano le classifiche di vendita in tutto il mondo troviamo Nelly, Nas, Jay-Z, Fabolous, Busta Rhymes, Li'l Kim. Non che nei dintorni della old school fosse una storia diversa. Grandmaster Flash. Jam Master Jay. Run. DMC. Stessa storia per i native tongues: Pos, Dove, Mase, Q-Tip, Queen Latifah. Non serve che prosegua.
Non ce n'è uno che abbia un nome e un cognome, a parte (quasi) Missy "Misdemeanor" Elliot, e la defunta Lisa "Left Eye" Lopes. (Lauryn Hill non conta, perché canta.) Più in origine la mamma li ha battezzati con un nome e un cognome verosimili, più è facile che si arrivi a pseudonimi inverosmili. Un tale Sean Combs, in particolare, è l'esempio di come si possa perdere il senso della misura, e credere che il pubblico pagante possa accogliere qualsiasi ridicolaggine. Prima si chiamava Puff Daddy. Che già di suo. Poi un giorno si sveglia e decide di chiamarsi P. Diddy. No, dico. P. Diddy. E poi si lamenta che non se lo caga più nessuno. Ma dico, P. Diddy?
Ma sei scemo?
E nel frattempo, l'hiphoppizzazione del nome è considerata cosa buona e giusta da chi vuole dare l'impressione di venire ancora "from the block" nonostante "the rocks" che ha al collo/alle orecchie/alle dita/nel caveau della banca. Così muore Jennifer Lopez, aspirante superstar, e nasce J.Lo, consumatrice seriale di mariti a perdere e titolare di culo. (In mezzo ci passa l'accoppiamento con il suddetto P. Diddy, ancora in versione Puff Daddy).
In questo preciso momento non mi sovviene un solo rapper italiano o straniero che si presenti con lo stesso nome che ha sui documenti.
Perché?
Scritto da Giulia |
13:55 |
giovedì, dicembre 18, 2003
Gente di cui farei a meno Potrebbe diventare una serie
1 - La giornalaia Edicola. Mi avvicino. Lei sta lavorando a maglia. (Se è un maglione per lei, le costerà la tosatura di un intero gregge: peserà sui novanta chili.) Mi vede arrivare con la coda dell'occhio, ma finge che io non stia puntando verso di lei e continua a sferruzzare. Io (voce flautata) : "Buongiorno." Lei mi fissa per qualche secondo in silenzio, seccata. "Buongiorno." "Mi dà una ricarica Wind da 40 euro?" Lei, senza smettere di lavorare a maglia: "Se gò..." Finisce il giro, mette giù i ferri con un mezzo sospiro - che rompicoglioni, questi clienti - e mi tira fuori la ricarica. Io (sorridendo, in base alla mia politica di estrema gentilezza con chi è estremamente stronzo): "Grazie, arrivederci:" Lei (praticamente sbuffando): "Arrivederci." La figlia è uguale.
2 - Le commesse dell'Upim Mi avvicino alla cassa mentre parla con una collega. Io: "Mi scusi..." Lei continua a parlare con la collega di problemi di orari e straordinari come se non esistessi. Lei mi guarda seccata. "Non riesco a trovare gli scaldamuscoli." "I xè nel reparto calze." Grazie al cazzo, ci ho appena guardato. "Sì, ma non li trovo." Seccatissima, fa il giro della cassa, si dirige verso il reparto calze (dieci passi), marcia attraverso gli scaffali e punta un dito. "Questi xè i calzettoni de lana." "Sì, ma io cercavo gli scaldamuscoli." "Se no li xé, vol dir che no li gavemo. I sarà esauridi." Un giorno mi esaurisco io e ti mollo un cazzotto, brutta stronza. "Non sa dirmi quando li potrei trovare? È per un regalo." "No so, la provi vignir vènerdi." Sì, "vènerdi" torno e voglio trovarvi tutte sterminate dal gas nervino, con la polizia che indaga e i giornalisti che si domandano il perché di tanta efferatezza. Porcaputtana, Unabomber secondo me è uno che odia le commesse. E un po' ha ragione. "Va bene, grazie." Grugnisce. Le altre sono uguali.
Scritto da Giulia |
20:01 |
mercoledì, dicembre 17, 2003
La bambina con i boccoli
Com'è che si diventa se stessi, e poi ancora se stessi? Non mi ricordo di me. Non mi ricordo il mondo ad altezza un metro e venti, anche se sono stata anche io, a un certo punto, alta un metro e venti. Nelle foto non sembro nemmeno io. Ero, sì, magrolina. Avevo i capelli corti e boccoluti, scuri come quelli del papà. Gli occhi curiosi, fino a una certa età, poi tristi e schivi dietro gli occhiali.
Si fatica a pensare che ci sia stato un tempo in cui parlavo poco, e passavo la maggior parte del mio tempo a giocare da sola. Avevo degli amici, ma abitavano in un altro paese, e solo una volta alla settimana avevo il permesso di restare a dormire dalla mia bisnonna per poter giocare con loro.
Ho un ricordo nebbioso e rassicurante di tutta quella solitudine. Non ci stavo male. Sopra ogni cosa mi piaceva leggere, e la lettura è un'attività che non richiede compagni. Altrimenti disegnavo. Avevo imparato a non dare fastidio. Mangiavo poco, ma ero disciplinata, brava a scuola, molto amata dalle maestre e popolare fra i miei compagni. Ero carina, intelligente, l'orgoglio della famiglia, la prima nipotina. Parlavo italiano in casa e friulano con gli amici, senza fare mai confusione. Vivevo con i miei nonni: durante tutto l'anno della quarta elementare, i miei genitori venivano a prendermi ogni venerdì pomeriggio e mi riportavano lì la domenica sera. Piangevo guardando la macchina sparire lungo il rettilineo che passava davanti alla casa. Mi dicevano di stare zitta e di non fare così, che facevo stare male la mamma.
Non mi ricordo se ho mai imparato a non piangere, quando mi sento abbandonata.
Scritto da Giulia |
20:36 |
Piccoli risparmiatori crescono
Da una newsletter del Corriere della Sera, uno stralcio della promozione di un nuovo manuale di argomento, per così dire, finanziario:
La maggior parte dei genitori fa più danno che bene quando tenta di insegnare ai bambini come amministrare la paghetta: e così il risparmio appare spesso ai più piccoli come una punizione, un buco nero che inghiotte le loro mance. Per capovolgere la consueta domanda: "Papà, mi compri questa cosa?", in: "È qualcosa che voglio veramente?", si può tentare un approccio del tutto nuovo e divertente: papà si trasforma in una banca, la Banca di Papà appunto (ma anche, per i bimbi un po' più grandi, una Borsa Valori di Papà), che concede prestiti ai bambini e remunera i loro depositi con un interesse sufficientemente alto per insegnare, anche attraverso gli errori, i vantaggi di una buona amministrazione del denaro.
L'importante è tirarli su bene fin da piccoli. Così poi possono ereditare la fabbrichètta.
Scritto da Giulia |
20:09 |
martedì, dicembre 16, 2003
Come non scrivere un romanzo di successo Cronologia serale dell'aspirante scrittoressa
Ore 18.30 - Rientro a casa. Verifica segreteria: niente. Verifica messaggi sul cellulare: quasi sempre niente. Inizializzazione PC con dito incrociato scaramantico, visto che ultimamente si accende solo quando vuole lui, preferibilmente in presenza di Alex, che farlo venire giù da casa solo per resuscitare il carriolone mi sembra poco carino. Ore 18.35 - Contemplazione dei piatti arretrati da lavare. Procrastinazione ad infinitum della stessa. Ore 18.45 - Controllo posta e giro panoramico di message board/altri blog/altri siti/altri posti. Procrastinazione dell'apertura del file che contiene il Romanzo di Successo, o quantomeno, quello che potrebbe anche avere successo se mi decidessi a scriverlo. Certo, se rimane lì mezzo penzoloni per mesi, la vedo dura. Ore 19.00 - Oh, guarda, c'è Achille sul messenger. Ore 19.05 - Oh guarda, c'è Aurelio sul messenger. Ore 19.10 - Oh guarda, c'è Pros sul messenger. Ore 19.15 - Oh, guarda, c'è Damir su ICQ. Ore 20.00 - Minchia, forse dovrei mangiare. Ore 20.30 - Trasloco del piatto di pasta davanti alla tastiera. NO DISTRAZIONI. Uh, non ho visto se ci sono commenti nuovi sul blog. Ore 20.30 - Scrivo, scrivo, ecco, scrivo. Ore 20.35 - Oh, guarda, c'è di nuovo Aurelio sul messenger. Ore 20.50 - Porcalastraminchiazza, almeno apri 'sto file! Ore 20.55 - Come vado avanti, adesso? Ore 21.00 - Oh, guarda, c'è Fulvio su ICQ. Ore 21.30 - Ma perché non scrivo? Oh, sms. Ore 21.35 - Aspetta che faccio un altro giro di message board/altri blog/altri siti/altri posti. Ore 22.00 - Oh, è tornato Damir su ICQ. Ore 22.05 - OK, scrivo. Ore 22.15 - No, non ho da fare, ero qua che scrivevo, racconta un po'? Ore 24.00 - Vabbè, scrivo domani.
(E avanti così.)
Scritto da Giulia |
20:15 |
lunedì, dicembre 15, 2003
E poi ogni tanto, invece, la pubblicità...
Una vitalissima, sensualissima Betty Boop balla il tamurè coperta solo da una collana di fiori e da un gonnellino di paglia, e in sottofondo si sente la voce di Edith Piaf. La voce di Edith Piaf è una delle grandi meraviglie del creato e una delle poche cose che mettano d'accordo me e mia sorella in materia di musica (l'altra sono gli ABBA).
Tu me fais tourner la tête Mon manège à moi, c'est toi Je suis toujours à la fête Quand tu me tiens dans tes bras...
La voce di Edith Piaf non esce. Sgorga, scorre, fluisce, non si arresta mai, è priva di staccati sofferti. Anche quando la canzone è triste, quella voce è un'ondata di cioccolato fondente, una carezza che risana. Edith Piaf va riscoperta, ma non così, per snobismo. Va riscoperta perché le nostre cantantesse, quelle che vanno a Sanremo in particolar modo, hanno in gran parte dimenticato come si fa a comunicare gioia di vivere attraverso il canto. Misticheggiano, fraseggiano, gorgheggiano, miagolano e singhiozzano le parole. Edith Piaf non perde una nota per strada, non svaria, non si distrae, regge la canzone sull'onda della sua voce. Era bruttina, probabilmente beveva troppo, ebbe un sacco di amori infelici, ma nessuno comunica l'ebbrezza dell'amore come lei.
E per questo amarcord bisogna ringraziare i creativi dell'acqua Lilia.
Così si fa.
Scritto da Giulia |
13:31 |
Orrore, orrore, orrore
Attenzione: non leggete questo post se non avete ancora visto l'ultima puntata di 24. O se siete allergici agli spoiler. Oh, io vi ho avvisati. Tardi. Ma vi ho avvisati. E sarà colpa mia se avete una vita sociale e non guardate la tele quando dovreste? Oooooh!
Ultimo minuto del penultimo episodio di 24: una voce flautata comunica al telefono con il terrorista (terrorista? Affarista? Stronzo a 360°) serbo dall'implausibile cognome (Drazen, letto all'americana: uno dei pochi difetti di una serie altrimenti perfettamente congegnata). Gli comunica le ultime novità sulla posizione di Jack Bauer. Poi chiude la comunicazione, e torna tranquilla ed efficiente alla sua recita quotidiana. Orrore, orrore, orrore. Nina Myers è la talpa. Il mondo sta per finire. Eppure lo sapevo, e poi non era difficile sospettarlo. Lei, la rovinafamiglie, lei, che intreccia casualmente relazioni più o meno erotiche con i colleghi, lei che nel viso e nel taglio di capelli ricorda vagamente la Anne Parillaud di Nikita. Poteva essere solo lei. Non Tony Almeida, non George Mason, solo lei, fino dall'inizio. Lo sapevamo. Eravamo preparati. Ma quale orrore.
Ci avevano quasi dato un personaggio degno di sostituire nei nostri cuori di ragazze intrepide l'impavida Dana Scully. E invece no, ce l'hanno tolta, lei non è lei, non è quella che credevamo. Ha fatto uccidere delle persone e ha sparato alla povera indifesa Teri Bauer, la vera damigella in pericolo di tutta la serie (al contrario di sua figlia, fino all'ultimo dotata di una presenza di spirito impressionante). Ci hanno fregate. Nina Myers non è altri che il doppio più giovane e più perfido di Irina Derevko (avete guardato Alias? No? Male).
Ah, che orrore, che orrore.
Scritto da Giulia |
09:30 |
venerdì, dicembre 12, 2003
Così ero capace anch'io
Caro signor creativo della Vodafone,
Non basta far cantare la canzoncina-jingle a un coro di bambini per "fare Natale". Soprattutto se trattasi di già di per sé insulsa canzoncina lagnosa di Dido. Il coro di bambini amplifica l'effetto lagna. Caro signor creativo della Vodafone, io spero che per questa trovata l'abbiano pagata in proporzione allo sforzo creativo. Vale a dire, niente.
Buon Natale.
Scritto da Giulia |
21:43 |
He's baaaa-aaaack...
Quanto ci sei mancato, Posu.
Scritto da Giulia |
21:39 |
Mondanità! Divertimento! Birre da mezzo!
Non per fare quella che si lamenta, vorrei solo far notare che abbiamo avuto una serie infinita di weeekend inutili, qui a Trieste; ma fra stasera e domani un socialite degno del titolo di cui si fregia potrebbe anche soffrire di over-choice syndrome.
Già stasera si parte con N.O.I.O.C. in concerto al famoso Pabitele di via Fiume, a Udine. Ora, io questi non li ho mai sentiti. Mi dicono che "spaccano", il che non vuol dire una banana se non che chi li descrive ne gradisce il suono. Mi dicono anche che "spaccano" come i Tool, fra gli altri. Insomma, portatevi i tappi. Comunque, in caso non fosse chiaro, questi "spaccano", ecco.
"Spacca" moltissimo anche Boosta dei Subsonica che fa il DJ all'Hip Hop. Proverò ad andarci, ma già prevedo delirio, caldo, code al bar e alterna-squinzie che ballano girate verso la console.
Domani, invece, si inaugura il Vinile, presso il Centro Commerciale Città Fiera di Torreano di Martignacco, che con un nome così può essere solo in provincia di Udine. C'è di mezzo Luka Carnifull, esso che fa della musica con i Fare $oldi. Visto il penchant per i bassi funk che contraddistingue quest'uomo, ci si potrebbe anche andare. Io non posso perché sono a una festa di laurea, per fortuna/purtroppo: Maria è finalmente dottoressa in Traduzione, mica si può mancare.
Il che significa che non potrò nemmeno andare a vedere gli Assalti Frontali al Cerit a Pordenone (via Villanova, fatevi una ricerca in rete, non siate pigri), e i DLH Posse che aprono per loro. Siete dei b-boys? Andateci, è un ordine. Non siete dei b-boys? Meglio per voi.
E con questa mi sembra che abbasti.
(E non me la sono presa neanche una volta con i vegani straightedge integralisti.)
Scritto da Giulia |
12:57 |
mercoledì, dicembre 10, 2003
Che il tuo cuore non sia un monolocale
Il Guru sta a mezza montagna, seduto su una roccia levigata e coperta di stracci di lana bisunti. È seminudo, come ogni Guru che si rispetti, nonostante il gelo e le raffiche di vento e neve che si riversano sul paesaggio e che mi hanno reso così difficoltosa la salita.
Mi volto a guardare la quantità di strada che ho percorso, e decido che va bene così, ho camminato abbastanza e preso una quantità sufficiente di freddo. Mi fanno male le mani, ho perso i guanti in un passaggio particolarmente difficile, e non sono nemmeno sicura di avere azzeccato il guru giusto. Ce ne sono così tanti.
"Che cosa vuoi?" Fa lui. Quando parla emana una debole luce lattea. Lo fisso, ancora ansante. "Buongiorno." "Ti sei fatta mezza montagna a piedi per fare dei convenevoli? Guarda che hai una scarpa slacciata." "Lo so." "Allora, che cosa vuoi?" "Voglio che tu mi fermi il cuore."
Dà un tiro alla pipa che tiene fra le dita, da cui esala un lieve fumo ai chiodi di garofano. "E perché?" "Perché mi fa male e voglio che smetta." "Avresti potuto farlo da sola, che bisogno c'era di venire fin qua?" "Non ho la mano ferma. Potrei sbagliare e non beccarlo, bucarmi un polmone o tranciarmi il midollo, e poi si sporca in giro." "Hai provato con la digitale?" "No. Hai presente quella poesia di Dorothy Parker?" "La digitale non causa crampi. Comunque, senti, io non posso farci niente, non è roba di mia competenza." "Mi avevano detto che tu potevi farlo." "Potere, tecnicamente, posso. Ma ho delle limitazioni." "Del tipo?" "Del tipo che non posso fermare il cuore di una persona altrimenti sana, o che non è in pericolo immediato di morte." "Siamo tutti in pericolo immediato di morte." "Non fare della filosofia scadente con me, ciccia. Stai morendo adesso? Hai pochi giorni di vita? Sei in possesso di un segreto che può distruggere il mondo?" "No, ma..." "Niente, non si può fare. No, no, le lacrime non funzionano." "Mica piango per te." "Petulante, anche." "E tu sei testardo. Che differenza ti fa? Non farebbe differenza a nessuno." "Questa è una stronzata." "Mi ricordi qualcuno." "Per forza. Sono una proiezione." "Vuol dire che non esisti?" "Vuol dire che esisto ma non sono come mi vedi tu, che hai un'immaginazione tra l'altro piuttosto banale. Non sarebbe stato meglio farsi fermare il cuore da qualcuno di più maestoso? O più figo? Non so, George Clooney vestito da San Giorgio con lo spadone." "Ha ha ha. Non mi sono mai piaciuti i fronzoli." "Sei una fricchettona mancata, altro che glamour." "Insomma, che devo fare perchè tu mi aiuti? Prendermi una malattia mortale?" "Eh, certo: proprio tu che ogni volta che pensi di poter avere contratto un malanno di qualche genere non dormi di notte per la paura di morire. Pussa via." "Voglio solo che smetta di farmi male il cuore. Non è così difficile." "Fermarlo non è la soluzione migliore." "E quale sarebbe?" "Usalo, stronza." "Eh?" "A quanta gente hai telefonato, questa settimana?" "Nessuno. Ah, no, ai miei." "Troppo poco." "Ho parlato con un sacco di gente, però." "Posta elettronica, messenger, ICQ. Sai che non valgono." "Certo che valgono." "Devi chiamare la gente. Chiamarla e uscirci. Devi abbracciare i tuoi amici. Sai che sei un ciocco di legno? Non abbracci mai nessuno. Ti credo che poi ti senti male." "Non conosco nessuno che abbia voglia di abbracciarmi così, gratis, solo per abbracciarmi." "È un tuo problema." "Come il cuore che fa male?" "Le due cose sono collegate." "Ovviamente. Senti, ma non si può almeno fare in modo che nessuno mi possa più fare del male?" "Si potrebbe, ma nessuno ti potrebbe più fare del bene." "Va bene lo stesso." "No, non capisci. Significherebbe vivere il resto dei tuoi sessant'anni di dotazione vitale - sì, posso anticiparti che ci sfrantumerai allegramente i coglioni ben oltre i novanta - senza provare niente. Saresti una tossica entro pochi mesi e morta sola in un cesso entro un anno." "Magari avrei più tempo per una carriera." "Non volevi fare la scrittrice?" "Sì." "E come cazzo faresti a scrivere se non sentissi niente? Le emozioni mica si inventano." "Io sono stanca." "Non frignare, siamo tutti stanchi." "Allora che faccio?" "Smettila di tenere il cuore a pugnetto. Se ti fa male è perché non permetti a nessuno di entrarci senza forzarlo. Non è mica aperto, è tutto stretto e striminzito. Ti credo che chi cerca di scavarsi uno spazietto poi te lo strappa: non è elastico. C'ha una corazza di orgoglio intorno che è più dura del Teflon." "E come faccio?" "Allenalo. Aprilo il più possibile." "Non posso, sta insieme con lo sputo." "Quanta gente ci sta dentro?" "Non tanta. Due o tre persone." "Faccene stare di più. Se sono solo due o tre, se ne togli una rimane un buco. Ma se sono dieci o venti, se ne togli una ce ne sono altre nove o diciannove." "Non posso mica voler bene a tutti così tanto." "Non è il 'quanto', è il 'come', uffa, ti devo spiegare tutto." "Aspetta, hai detto che vivrò fino a novant'anni. Ma sarà sempre così?"
Il Guru mi tira addosso la pipa con un gesto esasperato, schiocca le dita e svanisce.
Sono in piedi in mezzo a un prato fiorito con il mio cuore in mano. Sanguina. È quello che fanno i cuori, no?
Scritto da Giulia |
19:05 |
Un po' di pazienza
Sono intorpidita da un momento non proprio sbrilluccicante. Capita, e non avendo nessuno che mi possa sostituire nel fare gli onori di casa, al momento nel mio salotto scarseggiano le patatine, è finita la birra e siamo a corto di idee sui film da noleggiare.
Torneremo, ci stiamo ricaricando le pile.
Scritto da Giulia |
09:15 |
I should get out more
Ieri sera sono stata a una festa. Su MSN Messenger.
Scritto da Giulia |
09:10 |
Una diva senza tempo
Loredana Berté, stamattina su Radio Deejay: "Andrò a cantare da Panariello, per cui... preparate i registratori!" Che delizioso anacronismo.
Scritto da Giulia |
09:09 |
Buoni propositi
Non farò una lista delle canzoni/dischi dell'anno. Soffro della Sindrome di Dave (High Fidelity): non riuscirei a decidermi.
Mi limito pertanto a una dichiarazione: rockenrooooooooll!!!
Scritto da Giulia |
09:07 |
martedì, dicembre 09, 2003
Terze persone
Sono affascinata da una nuova mutazione.
Prima c'era Braian, e a Braian si è affiancata Nancy. Adesso, forse periferico a Braian, sicuramente di stile molto simile, è comparso Bodycopy, autore di Publijihad (che se c'è un titolo di blog figone...). Altrove, e apparentemente non collegata agli altri tre, c'è cAt.
Il tratto in comune di tutti questi blogger è la terza persona singolare. Un narrarsi distaccato che passa per una quantità di pseudonimi inventati per se stessi e per gli amici, i colleghi, i nemici. Un guardarsi da lontano per vedersi meglio, forse; la cosa curiosa è che la distanza viene mantenuta costante anche nell'atto della partecipazione alla vita di comunità bloggara. Commenti in rigorosissima terza persona, sempre a tema e sempre a tono, ma come dettati da qualcun altro, o commissionati alla mano di un altro, una specie di "mi ha ddetto mio cuggino" senza leggende metropolitane. Il tutto prende un'aria a volte ieratica, come nei pronunciamenti un filo pontificali di Braian (che manca solo che in fondo ci metta: "Così parlò"), più spesso invece sembra una lunga cronaca diretta, come di una partita che non finisce mai.
E se non è così la vita.
Scritto da Giulia |
19:58 |
Sì, è un virus
E tre: anche Sasaki ha saltato il fosso, cambiato pelle e buttato il vecchio template alle ortiche.
Se mi vedrete ornata di fiocchetti, sappiate che non è colpa mia, io come grafico non valgo niente; il template me lo farà qualcun altro, a quella che credo sia mia immagine e somiglianza. Secondo lui.
Scritto da Giulia |
19:21 |
lunedì, dicembre 08, 2003
Deve essere un virus
Anche Gomitolo si è rifatto il look. Sarà un'epidemia? O sarà che piano piano i blog cominciano ad assomigliare anche fisicamente ai loro padroni?
Scritto da Giulia |
13:04 |
All new!
The Petunias si è rifatto il look. E che look! Un applauso a Eloisa per il lavoro di grafica e un ciao ciao a Lupus che abbandona Splinder (e fa bene) per mettersi definitivamente in proprio.
Scritto da Giulia |
12:10 |
Saturday night's all right for fighting
Udine is where it's at in Friuli-Venezia Giulia. Stendiamo un velo pietoso su cosa questo comporti per Trieste e Pordenone, per tacer di Gorizia, da sempre beneducata silenziosa provincia dimenticata, il cui momento di gloria è arrivato e se n'è andato da un paio d'anni. Con Trieste completamente invasa da un'inquietante massa di vegani straightedge hardcore, che si sono sovrapposti allo zoccolo duro dei metallari d'antan in una tremenda cacofonia che lascia un retrogusto di integralismo tardoadolescenziale (e mi aspetto ogni sorta di vendetta per questa affermazione), Udine è improvvisamente diventata polo del buongusto musicale di marca non strettamente ideologica. Come disse un membro degli Arbe Garbe (citazione apocrifa), "Io sarei anche vegetariano, ma ho troppa stima del maiale". Mi associo a lui e al maiale.
Certo, erano vent'anni circa che non mi salutavano con un "mandi" che non fosse ironico. Qui nelle terre della Bassa Friulana, la lingua è una cosa seria. Al Circolo ARCI Pabitele, territorio di Radio Onde Furlane, sono tutti molto educati e in mia presenza parlano in italiano, finché non segnalo che nonostante io ormai lo parli malissimo per disuso, il friulano è parte del mio sistema linguistico. Alla terza birra, vengo colta da raptus e cerco di adoperare la mia "variant dal furlan", vale a dire il tramontino, in un mezzo discorso etilico con Passion (si legge "Passiòn", con la "o" chiusa, esterofili che non siete altro), rapper dei DLH Posse, ma continua a venirmi su l'inglese e alla fine mi arrendo, le mie radici mi hanno abbandonata.
Fulvio (DLH Posse anche lui fra le altre cose e mio ospite per la serata) mi presenta uno sproposito di persone. Bello trovarsi fra gente che è a più di un grado di separazione dai giri triestini. Si trovano anche facce già note (Pasta e Luka, l'ex barista del Vulvet Massimo, e la splendida Silvia, riemersa dai miei anni dell'università, che ricorda ancora i miei orecchini a mappamondo e mi è sembrata l'immagine della serenità e della contentezza), ma in generale il pubblico accorso a vedere la doppia performance Lefty Lucy - Prorastar mi è ignoto. Incontro anche la mia sorella separata alla nascita.
Il Pabitele è, a detta di tutti, pieno come mai prima. Con buone ragioni. I Lefty Lucy stanno all'incrocio fra tutte le tradizioni di gentile folk-pop internazionale, sono crepuscolari, romantici, teneri. I Prorastar sono invece il gruppo degli orfani del Britpop più pensoso, anche se i testi in friulano li collocano nettamente al di fuori della commercialità.
C'è tanta di quella gente che a un certo punto si scatena anche una rissa, anzi, due. "Rockenroll!!!" è il commento di Fulvio. A me, nel frattempo, la birra del Pabitele ha fatto venire il singhiozzo. Dovrei cercare di avere pietà per la mia gastrite. Il singhiozzo diventa il leit-motif della mia serata: a turno, tutti cercano di farmelo passare, con rimedi che vanno dal dirmi a bruciapelo "Schifani Presidente del Consiglio" a portarmi vari litri d'acqua fino a cronometrarmi mentre trattengo il fiato. Niente. Hic. E mi dispiace per Tommaso, che mi ha riconosciuta dalla foto qui sopra, e che era contento di vedermi: non riuscivo veramente ad articolare le frasi dal dolore al diaframma.
Oggi è lunedì e mi fa ancora male tutto. La morale è: la prossima volta al Pabitele, vado di superalcolici.
Mandi.
(Se volete vedere il resto delle foto, le trovate qui. Grazie, Fu.)
Scritto da Giulia |
11:16 |
sabato, dicembre 06, 2003
Non eva il caso di pvendersela tanto!
Simo! Dai! Non fave così! Ho capito, vengo anche io a Cuvma, tanto quella tvoia della Cicci si ciula il Giangi e il Tucci ha la sciatica. Hai vagione tu, St. Movitz è àut.
Scritto da Giulia |
12:29 |
giovedì, dicembre 04, 2003
Erm
Ho un cellulare un po' antico (praticamente una cabina del telefono portatile) che quando ricevo gli sms non mi dice da chi arrivano, ma mi dà solo il numero. Il mio sistema per capire chi scrive è il seguente: memorizzo prefisso e ultime due cifre del numero, e identifico il messaggiatore in questo modo.
Che non è molto affidabile, ma in genere funziona.
Tutto questo per dire a chiunque mi abbia mandato l'sms per dirmi che c'era Selvaggia da Costanzo, che l'ho ricevuto ma credevo arrivasse da Raffa. Rivelati orsù, misterioso messaggiatore delle undici e mezza e rotti, perché non sei fra le tre persone che abitualmente sento in questo modo, e il mistero ti circonda.
(Ora che mi compri un cellulare nuovo.)
Scritto da Giulia |
23:44 |
Mah?Sta per succedere qualcosa, credo, ma vai a sapere cosa. Simo parla in modo cospiratorio del suo blog. Di non meglio specificate "trasformazioni", "usability" e compagnia bella. Premesso che io non ci capisco una madonna e passo metà del tempo a fare "uhm-uhm" e dire "certo, certo" mentre lui snocciola tecnicismi (scusa, Simo, magari tu pensavi che capissi quello che mi stavi dicendo. Beh, no), sono un bel po' curiosa di vedere cosa succede. Se non altvo perché 'sta blogosfeva sta diventando di una noia movtale, che a sapevlo me ne andavo a Saint Movitz con la Cicci e il Tucci e il Giangi, altvo che 'sto movtovio.
Scritto da Giulia |
20:15 |
Tanti auguri a te
Oggi è il compleanno di Achille: fategli gli auguri, e in tanti, perché mi sembra un po' giù.
Scritto da Giulia |
09:48 |
Ti faccio una cassettina
Non ho ancora parlato di Arte del Nastrone, anche se l'intera blog-balotta (non fatemi mettere i link che sono pigra, sono tutti nei preferiti) ne parla in termini entusiastici. Quindi lo faccio ora che non ho ancora sonno e devo stancarmi, se no sto delle ore con gli occhi spalancati nel buio.
L'idea del nastrone, anzi, della cassettina, come si diceva fra noi studentesse SSLMIT, mi riempie di commozione. Quanto amore in quelle ore investite nell'impresa di scegliere le canzoni, radunare cassette e CD, e cominciare con pazienza il lavoro di registrazione. Nel frattempo mettevi insieme la copertina, Isa ne faceva di bellissime colorate con la sua grafia tutta svolazzi, mentre Raffa e io ervamo più spartane, scrivevamo solo i titoli, Raffa ha una scrittura che le somiglia, tonda ma asciutta, rigorosa, ordinata, la mia invece è un casino, scrivevo sempre in stampatello o in corsivo, piano piano perché una lettera non si mangiasse l'altra. Mi sa che i grafologi hanno ragione.
Oppure le chiamavamo compilazioni, le cassettine, scimmiottando affettuosamente Chris Rutherford, studente in scambio originario di Blackpool, il cui italiano era comicissimo, e del quale ci eravamo un po' tutte innamorate. Di lui conservo ancora diverse "compilazioni", roba veramente indie anche per allora, con nomi mai più sentiti quali Revolver, Sidi Bou Said, Auteurs, Drop 19's e via dicendo. Erano bellissime, a parte i pezzi dei Levellers, che a lui piacevano tanto ma che mi facevano veramente cagare. (In case you're into the habit of Google-ing your name, which seems to be all the rage these days, hello there Chris. Remember me?)
Erano un labour of love, le cassettine. Per farne una bisognava investire un pomeriggio e non fare praticamente nient'altro. Bisognava fare attenzione a non "pitaccarle" (altro neologismo, derivato dal cognome del futuro marito della compagna d'appartamento di Raffa e Isa): vale a dire, bisognava avvolgerle un pochino all'inizio, col dito, per evitare che la registrazione partisse dalla sezione di nastro non magnetizzata. E ovviamente, evitare di interromperle a metà a fine nastro; in questo senso, era utile tenere sottomano un po' di canzoncine corte "riempitive", per quando alla fine del lato rimanevano non più di un paio di minuti che era peccato lasciar scorrere in silenzio. (La mia preferita era Divebomb Djingle, dei dEUS, da Worst Case Scenario.)
E adesso? Adesso, trascino i pezzi dentro l'apposita interfaccia di Nero, schiaccio "brucia CD" e vado a fare una doccia, un caffè, una telefonata. (Se non devo stare lì a infilare CD nel lettore, ma non raccontiamoci le favole.)
Tutto molto efficiente, ma la fatica dov'è? La cassettina si faceva per le persone speciali. Per le amiche del cuore o quelle che si sperava lo diventassero. Per i fidanzati e quelli che speravi lo diventassero. Se poi anche loro ti facevano la cassettina, allora era amore vero, ma solo se era una compilazione. Se ti registrava solo un album mettendolo su due lati non valeva, gli piacevi ma non tanto. Se invece si sputtanavano un pomeriggio, magari sotto esame, per metterti insieme una cassetta... oh, o erano innamorati o erano fanatici di musica (Chris era la seconda cosa, con lui a Manchester ho visto solo discoteche e interni di negozi di dischi.)
Hanno ragione, quelli di Arte del Nastrone: la cassettina è un moto del cuore.
Scritto da Giulia |
00:33 |
mercoledì, dicembre 03, 2003
Frezzadòn superstar
Quelli di Beccati il tipo! aggiornano con la stessa frequenza di un Giubileo; poi ogni tanto si ricordano che ops! hanno un blog, e ci scrivono dentro. Tantissimo, e con grande entusiasmo, per così dire, ormonale. Enjoy da madness...
Scritto da Giulia |
08:35 |
martedì, dicembre 02, 2003
We wish you a Merry Christmas
Perché, perché il Natale è così prepotentemente, irritantemente, violentemente pacchiano? Non è che mi stia ponendo veramente la domanda. A Natale siamo tutti bambini, e si sa che ai bambini piacciono le cose colorate, preferibilmente rosse, e con tante lucette che lampeggiano. E magari con le musichine.
Sicuramente questa è la convinzione che si è radicata nella zucca dei gestori del bar La Perla, che per il secondo Natale consecutivo hanno addobbato la vetrina con l'immancabile pletora di Babbi Natale e palline di polistirolo a simulare abbondanti nevicate di origine lappone (qua a Trieste arriva il vento siberiano, ma nevica di rado). E fin qua niente di male. Il problema è che qualche mente malsana fra i gestori del suddetto bar ha deciso che Natale non è Natale senza canzoncine insulse cantate da bambini con la voce fastidiosa, il tutto amplificato da due altoparlantini-giocattolo, che vibrano e friggono con effetto "unghie sulla lavagna".
Gli altoparlantini maledetti sono montati sopra la vetrina, e da lì rigurgitano canzoncine sui passanti con orario 0-24. O almeno credo. Ogni volta che ci passo, sono in funzione, e mi gracchiano le loro orride canzonette dello Zecchino d'Oro sopra la testa. Lo scazzo sulla mia spalla sinistra fa un triplo carpiato e mi domanda perché non possiedo un bazooka. Lo capisco, povero scazzo.
E non è tutto.
Superate le orride canzoncine, basta fare pochi metri per trovarsi davanti alle bancarelle del tradizionale mercatino natalizio che circonda la chiesa di Sant'Antonio Nuovo. E qui si sprecano gli alberi di Natale danzanti con la bocca e gli occhi, le luminarie con annessa musichina elettronica, i Babbi Natale sculettanti.
Via di corsa.
Ultimo ostacolo, i gattini miagolanti e camminanti dei venditori africani, seminati in mezzo alla strada col rischio che qualche cinese in bicicletta li arroti, lasciandoli pateticamente sventrati e vieppiù miagolanti sul pavè.
...ma perché non è già Pasqua?
Scritto da Giulia |
09:13 |
lunedì, dicembre 01, 2003
Cerco la perla nella stanza illuminata perché dove l'ho persa è buio
Questa sera suppongo che dovrei assolvere al dovere di base del bravo blogger quotidiano e postare qualcosa di non dico lungo, che poi vi stufate a leggerlo, ma almeno medio, che dia un po' di soddisfazione.
Questa sera non riesco a fare di molto meglio che ascoltare Bjork che canta dal vivo alla Royal Albert Hall. Every nerve that hurts you heal deep inside of me...
Su quel verso le "r" sono arrotate apposta, la si sente premere la lingua contro il palato e farla vibrare, e sono i nervi che dolgono, quelli. Nella melodia fluida di Jòga (versione dell'album, Homogenic per chi non lo sapesse), quella "r" manca, sono nervi già guariti, è già tutto passato. In quella che immagino sia la vastità della Royal Albert Hall, quelle "r" risuonano come le corde della sezione archi alle sue spalle. I nervi fanno ancora male. Manca la mano benefica che farà passare il dolore.
Questa sera non ho altro da dire.
Scritto da Giulia |
09:07 |
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